Paolo

22 06 2009

Passi che rimbombano sordi contro le pareti ricoperte di libri.
- Siamo rimasti solo noi, mi sa…

Alzo la testa. A volte uscire dai miei pensieri è davvero una fatica.
Allungo lo sguardo verso una vetrata che, di sicuro, ha visto tempi migliori.
La polvere la rende cieca, ma fuori è talmente buio che comunque ci sarebbe ben poco da vedere.

Solo noi?
- Direi proprio di sì… e se non ci sbrighiamo il custode ci spazzerà fuori!

Raduno le mie cose in fretta, in un attimo sono pronta per uscire.
Guardo di nuovo verso la finestra. E me lo sento tutto addosso il freddo che fa fuori.
Me ne starei a dormire sotto il vecchio tavolo, piuttosto.

- Ti posso aspettare?
Eh? Perché mai mi dovresti aspettare?
- Be’… è buio… sei sola… magari potrebbe farti piacere se qualcuno ti accompagnasse a casa.
Perché no?

Paolo me lo ricordo così, come quel giorno che ci siamo conosciuti, tanti anni fa.
E’ un ricordo morbido e avvolgente.
Come i maglioni che indossava e che mi prestava sempre. Come il suo dopobarba che sapeva di the. Come le sue braccia che mi stringevano forte.
Come la sua pelle che scorreva setosa sotto le mie dita.
Come la sua voce che mi faceva vibrare.

- Perché non parli?
Boh… così… non ho niente da dire.
- Be’… se fossi sincera diresti che non ci vedremo più.
Non ci vedremo più? Ma che dici…

Aveva ragione lui.
Paolo era un uomo d’inverno e ormai l’estate era alle porte.





Das Glasperlenspiel

13 03 2009

Josef Knecht arrivò nella nebbiolina fresca di una mattina di fine inverno.
Non so se arrivasse direttamente da Castalia, ma di sicuro non era umano.
Del resto, manco io lo ero e forse non lo sono ancora adesso.

E giocava. Giocava sempre il Magister Ludi.
Piccole perle di vetro che rotolavano. Note di Bach che si accavallavano.
Corpi che si intrecciavano. Menti che si avviluppavano.

Tempo che scorreva. Fidanzati che passavano. Traslochi. Partenze.
E il giuoco delle perle di vetro che, comunque, non si interrompeva mai.

Ma non è che siamo noi fidanzati e gli altri i reciproci amanti?
Da allora non ci siamo visti più.





Un whisky alle sei di pomeriggio

9 10 2008

Anche farsi rubare un telefono ha il suo perché.
Ché altrimenti non lo avrei ritrovato quel vecchio sms che mi ha riportato in piazza del Campo in una sera d’autunno.

A bere whisky guardando la Torre del Mangia.
A ridere. A chiacchierare.

A far finta di rubarsi baci.
E di avere un futuro, sapendo bene che non ci sarebbe stato.

Me ne farei prendere due di telefoni per avere il sorriso che ho sulla faccia adesso.





Io Tarzan, tu Jane

8 10 2008

Una mattina suona il campanello: Interflora.
La consegna è di un anonimo bouquet di fiori misti.
Prendo atto e metto in vaso.

Due giorni dopo Interflora torna.
Stavolta son girasoli.
Metto in vaso e vado avanti.

Passano ancora due o tre giorni e arrivano le rose. Poi dei gigli. Infine delle orchidee.
I miei vasi stanno per finire

E allora iniziano le piante vere.
Si comincia da una violetta africana (ma qualcuno sa come far sopravvivere le violette africane? Ché io prenderei un fucile e darei loro una morte dignitosa, piuttosto che la lunga agonia che debbono subire in casa mia…). Poi una camelia. Poi una strelitzia. Un filodendro.

Quando è arrivata la kentia pensavo di dover uscire di casa, che casa mia è piccola.
Ma è stato il cocco a dare al tutto un tocco di giungla.

E allora, prima che arrivasse un baobab, sono uscita dalla mia atarassia e ho incominciato a rifiutarle, le piante.

Dopo qualche giorno la telefonata:

Ma perché le rifiuti? Io pensavo di farti piacere…

- Ma hai presente che non vivo esattamente a Versailles?

Be’, no… però potevi comunque prenderle… il verde è così romantico…

- Be’, anche i Visitors sono verdi. Anche il vomito. Anche i leghisti.

Lo sai, vero, che mi stai dando un grande dolore?

- Scusa, ma tu chi sei?





Criptico

22 07 2008

Curiosa notte quella appena passata.
Simile a quella che condusse al patibolo il conte Dalibor.
Quello che per me, sapeva suonare già da prima, difficilmente il rimpianto canta.

Curiosa compagnia.
Che non vorresti, ma alla quale non vuoi rinunciare.
Appiccicosa come la melassa. Amara come la melata.

Lunga doccia stamattina.
A cacciar via i cattivi pensieri.
Inutilmente.





Jerome

18 07 2008

Stronzo.
Lo so che lo sono anch’io, ma io lo sono di natura.
Jerome no. Lui era stronzo per contratto.
Ché non si può essere francesi senza esserlo.

Stare con lui è stato una sorta di esperimento. Una sfida. Una gara.
Tirare un elastico per vedere quando si sarebbe spezzato.

Ma quando si è spezzato è stato una sferzata in pieno viso.
Per tutti e due.
Senza nessuna pietà.





Ragioni

17 07 2008

- Vuoi uscire con me? Dammi tre buone ragioni per cui dovrei farlo.

  1. Perché sono bello
  2. Perché mi piaci
  3. Perché ti farei felice.

- Ho detto tre buone ragioni.

Essere inclini a quella che Stevenson chiama l’Eresia di Caino ha i suoi indubbi vantaggi.





Tacco 12

9 06 2008

Ci sono cose sulle quali baro in maniera spudorata.
Le scarpe col tacco rientrano in questa categoria. Sarebbero un martirio.
Ma io ho il piede cavo. E ci cammino splendidamente comoda. Come in una Valleverde.
Tanto che me ne dimentico.

E me ne dimentico al punto che restano li’, sepolte nei più profondi abissi della scarpiera fino a che gli acari non chiedono l’autorizzazione di costruire una nuova ferrovia.

Ed eccoli lì, reperto archeologico. Novella reliquia.
Pierre Cardin, vernice nera, stringhe sottili.
E un tacco da dodici centimetri.
Son belli.
Son belli come allora, quando c’era chi impazziva al solo pensiero di quei sandali.

Li avevo comprati apposta. Per quello sguardo. Per quelle pupille dilatate.

Passi lenti. In bilico. Ondeggianti.
Passi complici.
Sorrisi complici. Sguardi complici. Pensieri complici.
Intesa.

Li ho spolverati con cura e rimessi al loro posto.
Per ora gli acari non avranno la loro ferrovia.





Bon ton

29 05 2008

E’ da un paio di giorni che mi arrovello su un problema di savoir vivre.
Che fare dei regali ricevuti? E, nella fattispecie, che fare se il regalo è un sex toy?

Monsignor Della Casa e Donna Letizia non prendevano nemmeno in considerazione relazioni che fossero men che fidanzamenti e tampo regali che non fossero gioielli, quindi inutile cercar nel galateo.

E allora che faccio?

Perché alcuni giochini sarebbero anche divertenti, ma probabilmente sarebbe poco carino usarli con altri da chi li ha regalati. E, al contempo, mica ho voglia di riempirmi la casa di n copie, una per ogni uomo della mia vita.

Si restituiscono? Si danno in testa al malcapitato? Si fa un falò sulla pubblica piazza? Si etichettano per ricordarsi di chi erano? Si mettono in un’unica scatola e si dimenticano?

Un vero dramma… vero?





Frammenti di memoria

26 05 2008

Odore di tabacco. Tabacco al cioccolato.
Odore di ricordi che trafiggono.
Improvvisi. Improvvidi.

Di te che scrivevi. A mano, che detestavi qualsiasi cosa che avesse un qualsiasi sentore di modernità.
Lettere veloci che si susseguivano leggere in una straordinaria armonia. Quaderni e quaderni riempiti fitti fitti, ché eri sempre in ritardo e il pezzo non poteva aspettare oltre.

E fumavi. Quel tabacco al cioccolato ben pressato nella vecchia pipa di ciliegio che era stata di tuo nonno.
Odore pungente di un camino acceso al calar dell’autunno. Di una milonga ballata su una terrazza d’inverno. Di un brivido fresco al vento del nord.
Odore caldo che impregnava ogni cosa.
Anche me.

Brace comunque destinata a spegnersi.
Ultimo svolazzo di penna d’oca al suono di un bandoneon lontano.
Inchiostro di china su carta preziosa.

Odore di ricordi.