Non c’è dubbio alcuno che la mia caratteristica principale sia la pigrizia.
Una pigrizia innata, cronica, invincibile.
La maggior parte delle cose che faccio, o non faccio, è determinata dalla pigrizia.
Una delle tante (sicuramente una delle più caratterizzanti) è la questione del vestirsi.
Non è che non mi piaccia vestirmi, è che lo vivo come una gran fatica.
Una gran perdita di tempo.
E allora, spesso (soprattutto se devo uscire per un breve giretto), mi vesto per finta.
Vestirsi per finta vuol dire limitarsi a mettere lo strato più esterno di vestiti e fregarsene di quel che dovrebbe esserci sotto.
Che importa avere una maglia sotto il cappotto se il cappotto non lo devi togliere?
E allora prendi una giornata d’estate, di quelle calde al punto di far bollire il cervello.
E metti una spesa non più procrastinabile da giorni ormai.
Insomma, alla fine ti convinci a vestirti e a uscire.
Considerate le condizioni al contorno il più che si riesce a fare è vestirsi per finta, ovviamente. Che d’estate vuol dire prendere un vestitino di quelli leggeri leggeri, di seta, e buttarselo addosso.
Un paio di sandali e il gioco è fatto.
Il centro commerciale francese è piacevolmente fresco e ti ci fermi un momento in più dopo aver riempito il carrello. Un attimo di relax, comprare un giornale, bere una bibita al bar prima di affrontare l’afa soffocante che c’è fuori.
E lì, a quel punto, ti rendi conto che c’è qualcosa che non torna.
Ci vuole un po’ per riuscire a dar mente locale e capire che il qualcosa che non torna è che il vestitino di seta, leggero leggero, si è completamente scucito fino in vita.
E tu sei vestita per finta.
A quel punto le opzioni sono solo due:
- camminare rasente i muri fino ad arrivare a un qualsiasi vestivendolo e comprare una qualsiasi cosa, mettersela indosso e uscire. Il tutto, possibilmente, arrossendo.
- finire la propria bibita e tornare alla propria macchina facendo finta di pomi
Ça va sans dire che ho scelto la seconda.
Ridendo.
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