Orale della maturità il primo luglio, risultati forse il 15.
E poi come antistress un giretto fin nel vicino-lontano Benelux.
Il treno che mi riporta indietro parte dalla stazione di Lussemburgo alle 20 e, incredibile a dirsi, la carrozza dove ho trovato posto è vuota.
Amo i viaggi da sola. Mi sembra di essere in un paradiso.
La fregatura la scopro a Basilea: solo alcune carrozze di quel treno vanno a Milano, il resto è destinato a Zurigo.
Ovviamente io sono nella carrozza sbagliata.
E, altrettanto ovviamente, la parte di treno che va in Italia traborda di gente, corridoi compresi.
Finisco per sistemarmi nello spazio d’accesso. Davanti a me solo la locomotiva.
Il treno parte. E’ notte fonda.
Dopo poco arriva un altro profugo.
Pochi anni più di me, di Bergamo, di ritorno da una vacanza in Cile.
Il nome? Completamente dimenticato.
Ci sediamo per terra. Fa freddo. Per essere agosto si gela.
Tira fuori dal suo zaino un maglione che gli ha fatto una delle sue mamacitas cilene.
Ma un maglione per due non basta. Come non basta l’acquavite di dubbia origine che salta fuori da una delle sue tasche.
E così a forza di abbracciarci siamo finiti per… non saprei come definirlo. Ché non era né fare l’amore, né scopare, né ginnastica per l’ego.
Era proprio il freddo.
All’alba delle sei il treno è entrato nella stazione di Milano.
Abbiamo bevuto un caffé e poi lui è corso al suo treno per Bergamo.
Non ricordo il suo nome, né la sua faccia, ma quel freddo non lo dimenticherò mai.
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