Paolo

22 06 2009

Passi che rimbombano sordi contro le pareti ricoperte di libri.
- Siamo rimasti solo noi, mi sa…

Alzo la testa. A volte uscire dai miei pensieri è davvero una fatica.
Allungo lo sguardo verso una vetrata che, di sicuro, ha visto tempi migliori.
La polvere la rende cieca, ma fuori è talmente buio che comunque ci sarebbe ben poco da vedere.

Solo noi?
- Direi proprio di sì… e se non ci sbrighiamo il custode ci spazzerà fuori!

Raduno le mie cose in fretta, in un attimo sono pronta per uscire.
Guardo di nuovo verso la finestra. E me lo sento tutto addosso il freddo che fa fuori.
Me ne starei a dormire sotto il vecchio tavolo, piuttosto.

- Ti posso aspettare?
Eh? Perché mai mi dovresti aspettare?
- Be’… è buio… sei sola… magari potrebbe farti piacere se qualcuno ti accompagnasse a casa.
Perché no?

Paolo me lo ricordo così, come quel giorno che ci siamo conosciuti, tanti anni fa.
E’ un ricordo morbido e avvolgente.
Come i maglioni che indossava e che mi prestava sempre. Come il suo dopobarba che sapeva di the. Come le sue braccia che mi stringevano forte.
Come la sua pelle che scorreva setosa sotto le mie dita.
Come la sua voce che mi faceva vibrare.

- Perché non parli?
Boh… così… non ho niente da dire.
- Be’… se fossi sincera diresti che non ci vedremo più.
Non ci vedremo più? Ma che dici…

Aveva ragione lui.
Paolo era un uomo d’inverno e ormai l’estate era alle porte.





Il regalo

27 01 2009

Scusi, signora può firmare qui?

- Sì, certo…

Lo scatolone è ingombrante e fatico a reggerlo tra le braccia.
E non ho nemmeno braccia corte, en passant.
A pensarci bene è anche un po’ pesante. Ma solo un po’.

Lo porto in casa e lo apro: un enorme cubo di Rubik.
Da risolvere.

Come se io mi fossi mai messa a cercare di risolvere, senza barare, un cubo di Rubik di qualsivoglia dimensioni.
Si fa prima a disfarlo e a ricostruirlo. Nel senso letterale del termine.

Che poi mi incuriosiva molto di più sapere chi me l’aveva mandato quel benedetto cubo.
E ancor più perché me lo aveva mandato.

Dopo qualche giorno un mail da un indirizzo sconosciuto. Falso come giuda, s’intende.
- Allora? Piaciuto il regalo? -
Non rispondo. Altroché se non rispondo. Chè io non mi mostrerò mai men che indifferente.

Passano i giorni e il cubo resta lì, in un angolo del salotto.
Si copre di polvere, di giornali e di nequizie varie.
La donna delle pulizie chiede se lo può sitemare.
No, certo che no.

- No, non lo provare a smontare. Tanto non ce la faresti. -
E che è? Mi si legge nel pensiero qui?
Ma in effetti è troppo duro da smontare. Con quelli piccoli è facile, con questo un’altra storia.

Ogni tanto lo guardo quel cubo.
E non posso fare a meno di chiedermi cosa significhi.
Ma tant’è.

- Perché mi ignori così? E perché non accetti la mia sfida? -
Ecco, qui mi si punge sul vivo… sapendo bene che così non resisterò.

E per la prima volta prendo il cubo e lo guardo davvero.
Non credo sia da risolvere in sé, ché sarebbe facile quello in tempo di google.
Deve esserci un senso nella scomposizione dei colori.
E nelle mail, false come giuda.

Scomposizione dei colori.

Prendo il cubo, lo metto in macchina.
So benissimo dove andare, che alla fine sono pochi i luoghi dove si gioca con la scomposizione della luce. Pochi quelli che possono riguardarmi, comunque.
Entro dentro e appoggio il cubo sulla scrivania.

- Ho vinto qualche cosa?
- Hai vinto me, se vuoi.





Il collezionista

1 12 2008

Il silenzio era teso come una corda di violino, immagine e simbolo di un equilibrio che si reggeva su fili invisibili.
L’aria fredda, di una sala di un grande troppo grande, illuminata da feroci spot su quadri di una mostra non ancora inaugurata.

Belli.
Incredibilmente belli.

Lui, il collezionista, stremato da giorni -e notti- di duro lavoro per arrivare a quel brivido di perfezione che sarebbe esploso in tutta la sua bellezza solo la sera seguente.
Ore 21 – cocktail party.
Io che non riuscivo a trattenere la mia ironia. Nemmeno a stento. Nemmeno a provarci.

Eccoli lì: il rumore.
Sono i suoi passi, di piedi fasciati in morbido cuoio, che attraversano la sala.
E’ la sua voce che mi chiede cosa ne pensi dell’ultima variazione.
E’ la mia risata come risposta.

Mi avvicino a passi lunghi.
Lo prendo per un braccio.
Lo spingo -e nemmeno troppo dolcemente- verso l’uscita d’emergenza.

Il freddo del maniglione antipanico gli taglia la schiena in due. Lo so.
E le braccia sono scomode quando ve le faccio passare dietro.
Ma le sciarpine di seta nera e oro non segnano i polsi dalla pelle delicata.
Da intellettuale. Quale sei, del resto.

Il silenzio torna a tendersi.
Come corda di violino che non può suonare.
E il respiro si fa corto nel buio tagliato solo da uno sguardo.

Lo guardo.
Rido di nuovo.

Dicevi?





Altra questione di bon ton

15 09 2008

Metti che ti svegli al mattino e scopri che qualcosa impedisce il tuo solito stiracchiamento.
Metti che quel qualcosa sia un pezzo di carne a forma di arto. E che a quel pezzo di carne siano attaccati molti pezzi di carne.
E che respirino pure all’unisono.

Metti che tu non possa fare a meno di chiederti, chi sia e che cosa faccia li’.
Che non te ne freghi niente del perché sia arrivato lì, ma solo del perché ci sia ancora.

Metti che la sommatoria dei pezzi di carne in questione si metta pure a parlare e che si aspetti che tu le risponda.

Metti che la tua voglia di esprimerti nella tua solita brillante conversazione sia molto minore di un qualsiasi epsilon piccolo a piacere.

Che fai?

  1. rispondi facendo finta che sia tutto normale
  2. gli chiedi gentilmente il suo nome
  3. indichi la porta e dici raus!

Tutto questo è incredibilmente difficile, di prima mattina.
Incredibilmente.





Risposta pubblica

29 07 2008

A domanda privata giunta plurime volte.

No, non sono ninfomane.

Il sesso non è il centro della mia vita. Il bisogno di sesso non è il centro della mia vita.
Nemmeno collezionare uomini è il centro della mia vita.

Ne ho avuti un po’. Nemmeno un numero fuori della media, direi.
Mi piace ricordarli, con un sorriso.

Tutto qui.

Fine del comunicato stampa.





Jerome

18 07 2008

Stronzo.
Lo so che lo sono anch’io, ma io lo sono di natura.
Jerome no. Lui era stronzo per contratto.
Ché non si può essere francesi senza esserlo.

Stare con lui è stato una sorta di esperimento. Una sfida. Una gara.
Tirare un elastico per vedere quando si sarebbe spezzato.

Ma quando si è spezzato è stato una sferzata in pieno viso.
Per tutti e due.
Senza nessuna pietà.





Il mondo come verità e come rappresentazione

13 04 2008

La verità è il pane dei filosofi, ché solo i filosofi sembrano aver bisogno di nutrirsene.
Ma la vita è altro.
E’ un cercar di non raccontare troppe bugie, che alla fine si fa fatica a tenerle tutte insieme in un sistema autoconsistente.

E allora cosa c’è di vero in quanto ho raccontato fino ad oggi?

C’è che mi piace questo gioco che è un po’ come aprire un sacco e veder cosa c’è dentro.
Sono io la prima a sorprendermi di quel che salta fuori dalla memoria.
Spiritelli bizzarri che scelgo di non scegliere, ma che butto lì come sono.
Non c’è ordine, criterio o logica in quel che scrivo.
E il mio modo di scrivere danza con la stessa incoerenza, ché diverse eran le emozioni dei quindici, da quelle dei venti, da quelle dei trent’anni.
E il filtro di quelle di oggi su tutto.

Eppure le storie raccontate son tutte vere per quanto possan esser veri i punti di vista, ché qui alla fine ci son sempre e solo i miei. Com’è giusto che sia, per altro.

I nomi no.
Non sono quasi mai veri i nomi, perché forse a qualcuno non piacerebbe riconoscersi e non voglio nemmeno saperlo.
Ma anche qui ci sono alcune eccezioni, ché la linearità non appartiene al mio esser dama barocca.
Mario Ferrandi, poi, compare con nome e cognome.
Ma so che a lui non importa, anzi di certo ci avrà riso un po’, cercando di indovinare chi io sia. Immagino ci sia facilmente riuscito.

Non so quante storie ho ancora da raccontare, ma prima o poi capiterà che aprendo il sacco lo trovi vuoto.
E allora vestirò gli allori di Nerone, impugnerò una cetra e vi lascerò in una fiammata finale.

Ciò detto, signor Capitano, è d’uopo che lei aggiorni il suo dizionario ragionato dei blog, perché io non vi compaio.
Mi metta pure sotto la voce genius.
Come Wile E. Coyote.





Equipollenze

9 04 2008

Dialogo con il fidanzato perbenino della collega

Ma alla fine quante relazioni serie* hai avuto?

Mah… direi tre o quattro… facciamo tre mezzo, via!

Tre e mezzo?

Be’, una non saprei esattamente come classificarla, quindi direi tre e mezzo…

Tre, allora.
Siamo equipollenti, visto che anch’io ho avuto tre fidanzate di lunghissimo corso.

Uhmmm… vuoi dire che, alla fine, le hai tradite tutte pure tu? :D

*relazioni che non sono state, non sono e non saranno argomento di questo blog.





Le età del sesso

20 03 2008

L’altro giorno mi veniva riportata (non senza un pizzico d’ironia) una considerazione della già Melissa P. secondo la quale il sesso a vent’anni non è come il sesso a quindici.

Devo riconoscere che ho sorriso di fronte a questo senso di onnipotenza da ventenne.

E mi son rivista ventritreenne nel negozio del mio milanesissimo e trendyssimo lentivendolo di fiducia.
Non ricordo affatto come fossimo finiti a parlar di sesso, né ricordo in che termini ne parlassimo, ma ricordo bene una cosa che mi ha detto:

Per me una donna a letto dà il massimo di sè dopo i trent’anni

E io che già allora di ometti ne avevo avuto un discreto numero mi chiedevo cosa ci sarebbe stato ancora da scoprire dopo i trent’anni. Non capivo.

Adesso che di anni ne ho quasi quaranta, posso dire che non c’era niente di nuovo da scoprire dopo i trent’anni.
Tranne la consapevolezza di sè.

In trucco è tutto qui… e il lentivendolo aveva ragione: mi sono divertita infinitamente di più negli ultimi dieci anni che nei precedenti dieci ;)

La cosa buffa è che, anche se è da qualche giorno che ci penso, non sono ancora riuscita a ricordare il suo nome.
Ricordo benissimo quello di sua moglie però: Marta.

Evidentemente era la sua parte migliore.





Michele

14 03 2008

Ha la pelle che sa di buono, Michele.
E una voce che dà i brividi.
E lo sa.

Incanto di parole e suoni, odori e sapori in una danza alchemica di solitudini sopravvenienti.
Basta poco a far crollare un baricentro ebbro.
Parole spostate, nel posto sbagliato.
Dolce che diventa stucchevole, amaro che diventa sgradevole.
Note inutilmente intonate.
Pallida, polverosa ruggine.

Ha la pelle che sa di buono, Michele.
Di spezie lontane. Di cannella e di zenzero.
Sentore che rimane fino al mattino.
Epifania di quel che è stato, ma non è e non sarà.