Dieter

Berlino quando c’era il muro.
E il freddo di un inverno di quando c’era il muro.

Svegliarsi presto in una albergo che, con le sue lenzuola a quadretti bianchi e rossi, sembrava più un ostello della gioventù che un albergo.
Ma anche noi eravamo giovani. Di quei vent’anni scarsi che ti fanno credere di poter camminare una riga sopra le righe.

Girovagare nella nebbia, gelata più che gelida, fino a Potsdamer Platz, spettro a metà tra i fasti del passato e l’immanenza del Berliner Mauer.
E il grigio di quel muro, riflettersi nell’azzurro degli occhi di Dieter.
Solo l’angoscia sa colorarsi del grigio di quel muro.

Un sorriso lento, uno sguardo.
Un sospiro.
E tornare in albergo a ubriacarci e a scopare fino al mattino dopo che saremmo ripartiti da Berlino.

Quel grigio negli occhi di Dieter l’avrei visto ancora.
Qualche tempo dopo. In un parcheggio sulla sommità di un palazzo.
Lo stesso sorriso lento, la morsa di un abbraccio.

Ma in quel viaggio, in quel volo, io non l’ho seguito.

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