Archivi del mese: aprile 2008

In memoria

Perché è vero che i morti son tutti morti.
Ma c’è chi era dalla parte giusta e chi no.

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L’assistente

Ché era così che, ai miei tempi, si chiamavano coloro che insegnavano all’Università, ma non avevano una cattedra.
Dottorandi, dottorati, appena laureati. Tutti in un calderone. Tutti con un solo nome.

Ecco, tanto per cambiare, il suo nome mica me lo ricordo.
Però di sicuro era di Legnano e prendeva il treno alla Garibaldi.
Ci incontravamo spesso in metrò, tanto il percorso era lo stesso.
Forse per questo pensava, in qualche modo, di avere più confidenza.

Insegnava, o meglio assisteva, alle lezioni di Esperimentazioni di fisica II, fisichetta II per gli amici.
Giovane, di quella giovinezza sfiorita a fare quel che non si ha voglia di fare: insegnare a una banda di mocciosi che se ne infischiano della lunghezza d’onda del laser He-Ne.

Trovava ogni scusa per venire al tavolo dove pastrocchiava il mio gruppo.
E veniva a commentare le nostre discussioni sull’esperimento che avremmo dovuto saper fare. E veniva a sbafarsi i biscotti che non mancavano mai. E veniva a vedere le foto delle vacanze.

Ed eccolo arrivare un giorno che stavamo giocando con un prisma e, al buio, ridacchiavamo di tutt’altro.

Che fate, amoreggiate?

Perché… vuole partecipare anche lei?

E’ stata l’ultima volta che è venuto al nostro tavolo. E, da allora, mi ha evitato anche in metrò.
Casi della vita.

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Infedeltà

Una delle più grandi scoperte dei tempi del liceo è stato il CRAL delle Poste.
Era in un seminterrato buio, dietro l’autostazione e vedeva il sole solo il 21 giugno, a patto che il 21 giugno cadesse di venerdì.
Tavoli di formica, sedie spaiate e un bancone che non aveva mai visto tempi migliori.
Ma il caffè era buono e costava poco. E le paste spesso ce le passavano sottobanco.

Ogni mattina scendevamo quelle scale come bradipi agitati, un po’ perché erano gelate da ottobre a maggio, un po’ perché eravamo ancora imborniti di sonno.
Uno alla volta arrivavamo tutti. Un saluto ciondolante e poi subito a tuffarsi nel caffè fino ad essere svegli.

Biondo, con i boccoli da putto michelangiolesco e gli occhi più azzurri di tutta la mia giovinezza.
Se ne stava lì, tutto solo, a leggere l’Unità.
Al tavolo accanto, ogni mattina.
Ogni tanto ci scambiavamo un’occhiata, niente di più.

Mattina d’inverno, sulla scala c’erano venti centimentri di neve che sarebbero rimasti fino al successivo disgelo.
Lui era sempre lì con la sua Unità. Io al mio tavolo da sola, ché tutto il resto della truppa si era evidentemente arreso al tempo da lupi.
Le mani avviluppate intorno a una tazza di pessimo tè, mentre gli occhi scorrevano la cronaca locale.

Se non ti bacio subito morirò.

Non l’ho lasciato morire.
E in quel momento ho iniziato ad essere infedele.

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Controconsiglio

La settimana scorsa ho acceso la TV a un’ora imprecisata tra le tre e le sei.
Davano una serie TV mai vista che faceva il verso a Sex and the city.
C’erano le amiche, c’era il sesso e forse era anche ambientata a New Tork York.
O forse era San Francisco.
Insomma, era tardi e non me lo ricordo.

Però mi ricordo un consiglio che davano per dimenticare un ex: farci sesso a distanza di u po’ di tempo.

Ecco, io ‘sta cosa una l’ho provata una volta. Pensavo potesse essere una buona idea.
E senza nemmeno bisogno del consiglio del telefilm.

Il risultato è stato una macedonia di recriminazioni, litigate, insulti, stilettate, urla, telefonate infinite, accuse.
Il tutto condito da fantastiche scopate.

Non lo consiglierei a nessuno che volesse restare sano di mente.

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Null

Questo non è il posto giusto per parlarne, ché qui si parla solo di cazzate (letteralmente 😉 ).
E domani probabilmente ricomincerò a parlicchiare di uomini, storielle e risate.
Ma oggi no.

Sapevo che avremmo perso, sapevo che il mio voto sarebbe stato inutile, ma non avei mai pensato così tanto inutile.
Ho la coscienza tranquilla, ma non basta a rasserenare il mio stato d’animo: sono come svuotata.

E sento il bisogno, il bisogno fisico, di sapere che anche se ha stravinto la cultura dei disvalori, del sorpasso a destra, dell’opportunismo, del qualunquismo, si possa ancora credere che ci sia qualcosa di meglio.

Il bisogno di sapere che non sono solo io a volerci credere ancora.
Anche adesso.

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Il mondo come verità e come rappresentazione

La verità è il pane dei filosofi, ché solo i filosofi sembrano aver bisogno di nutrirsene.
Ma la vita è altro.
E’ un cercar di non raccontare troppe bugie, che alla fine si fa fatica a tenerle tutte insieme in un sistema autoconsistente.

E allora cosa c’è di vero in quanto ho raccontato fino ad oggi?

C’è che mi piace questo gioco che è un po’ come aprire un sacco e veder cosa c’è dentro.
Sono io la prima a sorprendermi di quel che salta fuori dalla memoria.
Spiritelli bizzarri che scelgo di non scegliere, ma che butto lì come sono.
Non c’è ordine, criterio o logica in quel che scrivo.
E il mio modo di scrivere danza con la stessa incoerenza, ché diverse eran le emozioni dei quindici, da quelle dei venti, da quelle dei trent’anni.
E il filtro di quelle di oggi su tutto.

Eppure le storie raccontate son tutte vere per quanto possan esser veri i punti di vista, ché qui alla fine ci son sempre e solo i miei. Com’è giusto che sia, per altro.

I nomi no.
Non sono quasi mai veri i nomi, perché forse a qualcuno non piacerebbe riconoscersi e non voglio nemmeno saperlo.
Ma anche qui ci sono alcune eccezioni, ché la linearità non appartiene al mio esser dama barocca.
Mario Ferrandi, poi, compare con nome e cognome.
Ma so che a lui non importa, anzi di certo ci avrà riso un po’, cercando di indovinare chi io sia. Immagino ci sia facilmente riuscito.

Non so quante storie ho ancora da raccontare, ma prima o poi capiterà che aprendo il sacco lo trovi vuoto.
E allora vestirò gli allori di Nerone, impugnerò una cetra e vi lascerò in una fiammata finale.

Ciò detto, signor Capitano, è d’uopo che lei aggiorni il suo dizionario ragionato dei blog, perché io non vi compaio.
Mi metta pure sotto la voce genius.
Come Wile E. Coyote.

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Par condicio

Non poteva non venirmi in mente in tempo di elezioni.
Erano i tempi di mani pulite. Di Forlani tremebondo davanti a un giudice.
Della nascita della Lega lombarda. Di quando Bossi urlava dal palco le sue presunte origini celtiche.

Lui era uno scozzese di madre irlandese, vestiva il kilt e raccontava a una mandria di buontemponi le presunte origini del Tartan e dei canti di Ossian.
Mentiva sapendo di mentire, ovviamente, ma, nonostante i titoli e i meriti, era un attore nato e amava rinverdire la pantomima del grande popolo celtico.
Il colto pubblico e l’inclita platea erano in visibilio.

Chiuso il sipario andavamo a bere whisky.
Lagavulin, Aberlour, Talisker e Bruichladdich orfano di madre vedova, ché la distilleria era bruciata già da un po’.

E alla fine, completamente sbronzi, giravamo per la città inneggiando a Caio Mario e sbeffeggiando quelli che poco prima gli mancava solo il cappello alato di Asterix e le ghette di Obelix. .

A ben vedere avevamo poco di che ridere, visto che alcuni di quei golden boys adesso siedono nel parlamento della Roma ladrona che volevan depredare.
Fossi stati saggi, avremmo pianto, ché in effetti di depredarla non hanno mancato.

So che oggi è giorno di riflessione e on si dovrebbe parlar di politica.
Ma in fondo ho parlato di sesso il sabato santo.

Par condicio.

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