L’assistente

Ché era così che, ai miei tempi, si chiamavano coloro che insegnavano all’Università, ma non avevano una cattedra.
Dottorandi, dottorati, appena laureati. Tutti in un calderone. Tutti con un solo nome.

Ecco, tanto per cambiare, il suo nome mica me lo ricordo.
Però di sicuro era di Legnano e prendeva il treno alla Garibaldi.
Ci incontravamo spesso in metrò, tanto il percorso era lo stesso.
Forse per questo pensava, in qualche modo, di avere più confidenza.

Insegnava, o meglio assisteva, alle lezioni di Esperimentazioni di fisica II, fisichetta II per gli amici.
Giovane, di quella giovinezza sfiorita a fare quel che non si ha voglia di fare: insegnare a una banda di mocciosi che se ne infischiano della lunghezza d’onda del laser He-Ne.

Trovava ogni scusa per venire al tavolo dove pastrocchiava il mio gruppo.
E veniva a commentare le nostre discussioni sull’esperimento che avremmo dovuto saper fare. E veniva a sbafarsi i biscotti che non mancavano mai. E veniva a vedere le foto delle vacanze.

Ed eccolo arrivare un giorno che stavamo giocando con un prisma e, al buio, ridacchiavamo di tutt’altro.

Che fate, amoreggiate?

Perché… vuole partecipare anche lei?

E’ stata l’ultima volta che è venuto al nostro tavolo. E, da allora, mi ha evitato anche in metrò.
Casi della vita.

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6 commenti

Archiviato in Fabulae

6 risposte a “L’assistente

  1. IGB

    Ma li trovi tutti tu?

  2. …e cosicchè sei ingegnere… mmmm

  3. collezionediuomini

    @alf**: ingegnere? Non sono mica il migliore amico di me stessa, io! 😀

  4. ti hanno proprio disegnato così, allora.

  5. 🙂 La solita staffilatrice! 🙂

  6. Carissima, anche ai miei tempi, che poi sono più o meno i tuoi, anche se tu sarai ancora negli “-enta” per un po’ mentre io sono entrato negli “-anta” già da un lustro, si chiamavano assistenti.

    E negli anni ’70 anche io ero alle elementari, però ero pure nel bienno del liceo, alla fine di quello stesso decennio, quando tu avevi il grembiulino bianco e il fiocco rosa; si usava ancora, vero? Al Convitto Nazionale perlomeno si, fino a metà degli anni ’80, dai quali forse non siamo mai usciti veramente: i maschietti grembiulino nero, fino alla quinta, i fiocchi da rosa a rosso, passando per celeste, giallo e azzurro 🙂

    E anche da noi, in Fisica, Esperimentazioni I e II venivano chiamate “fisichetta”, con la supponenza che sempre i fisici teorici, spesso gran tromboni, ostentano nei confronti degli sperimentali.

    Se non sono diventato anche io un “assistente” lo devo allo spassionato consiglio del mio relatore, Chiarissimo Professor Guido Pegna, fisico sperimentale, che mi dissuase già ai tempi della tesi (indirzzo applicativo, fisica dello stato solido) spiegandomi che mondo di lupi e politicanti fosse l’ambiente accademico, anche nella gloriosa Facoltà di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali, e avendo notato il mio talento con gli elaboratori elettronici mi incoraggiò a continuare ad occuparmi di quel campo: praticamente ho rischiato di non laurearmi, perché passavo le ore all’Istituto Matematico sui terminali dell’Honeywell, dei due Sperry Univac e del mitico Vax, nonché con un PDP-11 che avevo riparato personalmente, mentre quelli della DEC non c’erano riusciti, anziché seguire regolarmente le lezioni.

    Curioso che tu abbia citato i laser a gas 🙂 realizzai un laser del genere già allo scientifico, seguendo il progetto pubblicato su “Le Scienze” (edizione italiana di Scientific American) quell’anno insieme ad alcuni amici, mentre all’università con un laser a rubino e particolari resine (metodo che purtroppo non venne brevettato, maledetta burocrazia) realizzamo i primi ologrammi solidi a basso costo, precorrendo quello che sarebbe poi diventato il processo industriale tuttora in uso, ad esempio per le immagini sulle carte di credito, di diversi anni; poi tanto a quelli che l’han brevettato rubando in pratica il nostro lavoro, l’hanno a loro volta fregato i cinesi, che non riconoscono o non rispettano molti brevetti internazionali (gaudio).

    Chiarisco che giù al Nord sono effettivamente andato a insegnare, ma come docente nei corsi di riqualificazione professionale di terzo livello, finanziati dall’U.E. e dal F.E.S.R. – essenzialmente per quella che allora veniva chiamata con un francesismo telematica e ora prende il nome generico di ICT.

    A Bologna, Modena, Milano, Pavia e Padova.

    Partendo da Cagliari 😀

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