Archivi del mese: gennaio 2009

Il regalo

Scusi, signora può firmare qui?

– Sì, certo…

Lo scatolone è ingombrante e fatico a reggerlo tra le braccia.
E non ho nemmeno braccia corte, en passant.
A pensarci bene è anche un po’ pesante. Ma solo un po’.

Lo porto in casa e lo apro: un enorme cubo di Rubik.
Da risolvere.

Come se io mi fossi mai messa a cercare di risolvere, senza barare, un cubo di Rubik di qualsivoglia dimensioni.
Si fa prima a disfarlo e a ricostruirlo. Nel senso letterale del termine.

Che poi mi incuriosiva molto di più sapere chi me l’aveva mandato quel benedetto cubo.
E ancor più perché me lo aveva mandato.

Dopo qualche giorno un mail da un indirizzo sconosciuto. Falso come giuda, s’intende.
– Allora? Piaciuto il regalo? –
Non rispondo. Altroché se non rispondo. Chè io non mi mostrerò mai men che indifferente.

Passano i giorni e il cubo resta lì, in un angolo del salotto.
Si copre di polvere, di giornali e di nequizie varie.
La donna delle pulizie chiede se lo può sitemare.
No, certo che no.

– No, non lo provare a smontare. Tanto non ce la faresti. –
E che è? Mi si legge nel pensiero qui?
Ma in effetti è troppo duro da smontare. Con quelli piccoli è facile, con questo un’altra storia.

Ogni tanto lo guardo quel cubo.
E non posso fare a meno di chiedermi cosa significhi.
Ma tant’è.

– Perché mi ignori così? E perché non accetti la mia sfida? –
Ecco, qui mi si punge sul vivo… sapendo bene che così non resisterò.

E per la prima volta prendo il cubo e lo guardo davvero.
Non credo sia da risolvere in sé, ché sarebbe facile quello in tempo di google.
Deve esserci un senso nella scomposizione dei colori.
E nelle mail, false come giuda.

Scomposizione dei colori.

Prendo il cubo, lo metto in macchina.
So benissimo dove andare, che alla fine sono pochi i luoghi dove si gioca con la scomposizione della luce. Pochi quelli che possono riguardarmi, comunque.
Entro dentro e appoggio il cubo sulla scrivania.

– Ho vinto qualche cosa?
– Hai vinto me, se vuoi.

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AAA Cercasi nuovi interessi

Guardo il mio cellulare.
Sfoglio la rubrica. Avanti e indietro.

Ho voglia di fare quattro chiacchiere con qualcuno.
Ma non trovo nessuno di interessante da chiamare.

Guardo e riguardo quei nomi.
E penso che tutti appartengono a persone che, somewhere in time, mi sono risultate interessanti.
Adesso no.
Sto pensando a un bel cancella tutti.

E se poi me ne pento?
Ma perché dovrei pentirmene se sono giorni-mesi-anni che non li sento?

Volti, sorrisi, sguardi.
Episodi che a volte ho raccontato. Altre no.
Che ormai se vivono, lo fanno solo qui.

Cercasi nuovi interessi.
Più interessanti.

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Secondo voi, amici miei…

… un collega che ti fa gli scherzini tirandoti le palline di carta e poi te le infila giù per il collo ci sta provando?

No, così, giusto per sapere…

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Bostik

I guai incominciano quando si inizia a sentire l’odore inconfondibile della colla.
No, non quella che sniffano i ragazzini di strada brasiliana.
La colla-colla. Quella che compri per rimettere insieme, con incerti risultati, l’antico vaso di zia o il portasapone appena comprato, quello bello bello che era l’ultimo pezzo.

Il Bostik, insomma.

Ecco, quando senti l’odore di un uomo e lo assimili al bostik, è un chiaro segno che non si è alla frutta, ma già fuori del ristorante.
Il guaio è che non sempre lo si capisce in due.
E mentre uno è lì che chiama il taxi per tornare a casa, l’altro sta pensando di odinare una gramigna alla salsiccia. Bostik per lo stomaco, praticamente.

E lì dovrebbe aiutare l’esperienza. Quella che ti dovrebbe far trovare modi, metodi e parole giusti.
Ecco, no, non credeteci.

Inutile tentare di riciclare quanto già provato: il bostik te lo trovi sempre da qualche parte.
Sotto le unghie. Su un angolo del colletto. In una piega del gomito.
E’ lì, con il suo cazzutissimo odore che arriva in direttissima al cervello e non te lo schiodi più.

Immancabilmente finisce con un fallimento globale totale della diplomazia e il passaggio diretto nell’acido cloridrico.

Invecchiando tendo sempre più a saltare la prima fase.
Che c’ho sempre meno tempo da perdere, io

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Ritorno alle vecchie e sane abitudini

Ci sono volute due settimane perché riprendessi le redini di me stessa medesima.
E oggi, per la mia festa, mi sono regalata una mattina di pigrizia.

E’ quasi l’una e mezza e sono a letto.
Il portatile a scaldarmi le ginocchia e il felide a intrattenermi con le sue fusa.
Fuori dicono che nevichi, ma non lo so, perché mica ci ho guardato.

Mi godo il piumone. Mi godo il silenzio.
E sogno una tazza di tè.

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Buoni propositi per il 2009

  1. Scrivere sul blog con una certa costanza. Non dico tutti i giorni, ma nemmeno aspettare due lustri tra un post e l’altro.
  2. Lavorare un po’ meno. O, meglio, correre un po’ meno per lavorare.
  3. Giocare a vegeto almeno una volta a settimana, ché l’ho trascurata troppo l’arte del non far niente.
  4. Baciare Penelope
  5. Non essere sempre in perpetuo, eterno e immancabile ritardo.
  6. Non farsi più trascinare in situazioni al limite dell’assurdo. Manco quelle un po’ più in là.
  7. Andare a cena con alf**. Magari a luglio, così sarà solo con un anno di ritardo.
  8. Dormire moooolto di più. Essere nevrotica moooolto di meno.
  9. Rinunciare, ogni tanto, a stirare i capelli. Anche i ricci vogliono la loro parte.
  10. Cercare un lato mistico nella vita. Trovare della misticanza sarebbe già qualcosa.
  11. Leggere
  12. Andare a mangiare da Nobu.
  13. Uscire con un attore dalla bella voce.
  14. Farmi bionda.
  15. Evitare i violinisti.
    1. Mi pare che basti.
      Tanto più che domani avrò dimenticato tutto.
      Senza sensi di colpa, per altro.
      Come ogni anno.

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