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Ricordi, storie, racconti…

Eclissi nel parco

Stamattina ero in ritardo. Più del solito intendo.
Però mi piaceva l’idea di fare un’altra strada. E poi tutti aspettavano l’eclissi. E non avevo nemmeno troppa voglia di lavorare.
E allora ho deciso di allungarmi ad attraversare il parco.
Era davvero troppo tempo che non lo facevo. Che non me la ricordavo proprio la sensazione dell’erba gelata sotto i piedi.
Il bianco velo che la ricopre in un gelido abbraccio. Il delicato scricchiolio degli steli che si piegano sotto i miei passi. Un passerotto che saltella qua e là.
Ho sorriso. Ed era davvero troppo tempo che non sorridevo al mattino presto.
Ho alzato gli occhi e, incredibilmente, si vedeva il sole.
Il sole che stava andandosene dietro la luna.
Alchimia d’altri tempi capace d’incantare sempre.
Ecco, non so se poi sia stata la fascinazione del momento o più prosaicamente l’erba gelata, ma d’un botto mi son trovata sulla nuda terra.
Non faccio in tempo a smettere di ridere che un’altra ombra, ben più incombente di quella della luna, mi si para davanti:
– Scusi, le è successo qualcosa? Ha bisogno di aiuto?
Certo che no!
– Ma cosa fa lì per terra?
Sto guardando l’eclissi, che altro dovrei fare? Piuttosto, vuol partecipare?
– Solo se dopo mi accompagna a bere un caffè!
Se proprio insiste…

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Specchio specchio delle mie brame…

… che cosa vedi dietro il vasellame?

Occhi ironici color del rame.
Poche rughe, sottili e leggere, ché l’età non è sempre un certame.
Pelle chiara, senza squame.

Una mente libera, senza alcun dettame.
Un cervello barocco, inviso a ogni legame.
Una volontà di ferro, contro ogni pietrame.

E con questo torno alle mie brame
ché le rime infine son sempre ciarpame.

(risposta poco seria a solindue)

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Sabbia

Son creatura di vento, ma il vento non lo amo.
Lo amo ancor meno quando porta la sabbia. Che son le volte che cammino a testa bassa e non guardo dove vado.
Ecco quel giorno era un giorno così.

Ops, mi scusi, non l’avevo vista… bofonchio a mezza voce al cappotto blu davanti a me.
Detesto finire addosso alla gente. Detesto scusarmi.
Alzo appena gli occhi.
Giulio! O Cristo, era una vita che non ci vedevamo, dov’eri finito?

– IO? Io son sempre stato qui… tu dove sei stata, piuttosto?

Io? In America. In Africa. A far carriera.
Già dove dono stata?
Che poi la storia è sempre quella: io non riesco a stare da nessuna parte.
Mi manca l’aria. Mi sento stretta. Sento presto il bisogno di rimetter la mia vita in una valigia.

Nemmeno qui, in questo spazio virtuale, son riuscita a stare, dopo un po’.
Che poi non è che non ci pensi. Mi mancano gli scambi con Penelope. Con Fabio. Con Alf. Con quell’aquila stordita.
Mi mancano.
Ma non abbastanza da aver voglia di passare e ripassare.
Di esserci davvero.
La solita anaffettiva del cazzo, dicevo.

– Oooooooooohhhhhhhhhhhhhhh c’è qualcuno in casa?

Scusami Giulio, è che i pensieri mi son volati via…

– Sempre così con te. Non son riuscito mai ad averti per più di 10 minuti, del resto. A voler essere ottimisti, dico.

Ma no, dai… non sono così tremenda…

Mi prende per un braccio e senza una parola mi tira fin dentro la bottega di un rigattiere, dall’altro lato della strada.
Senza darmi tempo di aprir bocca mi trascina davanti a un vecchio specchio dalla cornice dorata.

– Guardati. Guardati bene. E dimmi cosa vedi.

Ma non aspetta che io risponda.
Se ne va, chiudendosi piano la porta alle spalle.

Io quello specchio poi l’ho comprato.

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Max

Era un giorno di pioggia.
Di acquazzoni primaverili, proprio come oggi.

Max arrivò così, con i capelli biondo-dorati (e la sua vanità non transigeva su questo) grondanti di pioggia sotto un cappello nero che per la pioggia aveva perso ogni forma.

Posso avere riparo per un attimo? disse occhieggiando il mio ombrello.
Molto grande per una persona, non abbastanza per due.
Lo accompagnai fin sotto casa sua. E a quel punto ad essere fradici eravamo in due.

Mi invitò a salire per un the. E solo un the fu.
Almeno quella volta.

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A domanda risposta

– Ma tu mi scoperesti?
No, non ti scoperei.
– E perché?
Perché no.
– Ma, nella remota possibilità che tu cambiassi idea, come lo faresti?
Ti legherei a una sedia. Mani e piedi.
– Ma perché?
E poi ti benderei.
– Ma poi mi faresti male?
– (risata)
– Davvero… mi fa paura l’idea del dolore…
No, proveresti molte sensazioni, ma nessun dolore.
– Uhmmmm…. Ma non lo farai, vero?
No. Assolutamente no.
– Però lo sai che baci benissimo?
Certo che lo so.
– Ma ce qualcosa che non sai?
Che ore sono?

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L’idea

Se ci ripenso non mi ricordo di chi dei due fosse stata l’idea.
Ma era una buona idea.
Talmente buona che non c’è voluto molto ché, senza nemmeno bisogno di dirselo, iniziassero le manovre per metterla in pratica.
E non era certo semplice, visto che motivazioni, modi e metodi ben poco avevano di che conciliarsi.

Non ricordo nemmeno come si sia arrivati alla scelta. Né perché ci si sia arrivati.
Tantomeno ricordo chi sia stato e come si sia spiegato cosa sarebbe successo.

Però ricordo bene il piacere di penetrare quel corpo che tu stavi già penetrando.
Il lento oscillare come le onde di una laguna. E tu immobile, quasi senza respirare.
Il piacere di prendermi e di darti piacere attraverso di lei.

Proprio una buona idea.
Come quella di acquistare uno strap-on.

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Paolo

Passi che rimbombano sordi contro le pareti ricoperte di libri.
– Siamo rimasti solo noi, mi sa…

Alzo la testa. A volte uscire dai miei pensieri è davvero una fatica.
Allungo lo sguardo verso una vetrata che, di sicuro, ha visto tempi migliori.
La polvere la rende cieca, ma fuori è talmente buio che comunque ci sarebbe ben poco da vedere.

Solo noi?
– Direi proprio di sì… e se non ci sbrighiamo il custode ci spazzerà fuori!

Raduno le mie cose in fretta, in un attimo sono pronta per uscire.
Guardo di nuovo verso la finestra. E me lo sento tutto addosso il freddo che fa fuori.
Me ne starei a dormire sotto il vecchio tavolo, piuttosto.

– Ti posso aspettare?
Eh? Perché mai mi dovresti aspettare?
– Be’… è buio… sei sola… magari potrebbe farti piacere se qualcuno ti accompagnasse a casa.
Perché no?

Paolo me lo ricordo così, come quel giorno che ci siamo conosciuti, tanti anni fa.
E’ un ricordo morbido e avvolgente.
Come i maglioni che indossava e che mi prestava sempre. Come il suo dopobarba che sapeva di the. Come le sue braccia che mi stringevano forte.
Come la sua pelle che scorreva setosa sotto le mie dita.
Come la sua voce che mi faceva vibrare.

– Perché non parli?
Boh… così… non ho niente da dire.
– Be’… se fossi sincera diresti che non ci vedremo più.
Non ci vedremo più? Ma che dici…

Aveva ragione lui.
Paolo era un uomo d’inverno e ormai l’estate era alle porte.

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