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Paolo

Passi che rimbombano sordi contro le pareti ricoperte di libri.
– Siamo rimasti solo noi, mi sa…

Alzo la testa. A volte uscire dai miei pensieri è davvero una fatica.
Allungo lo sguardo verso una vetrata che, di sicuro, ha visto tempi migliori.
La polvere la rende cieca, ma fuori è talmente buio che comunque ci sarebbe ben poco da vedere.

Solo noi?
– Direi proprio di sì… e se non ci sbrighiamo il custode ci spazzerà fuori!

Raduno le mie cose in fretta, in un attimo sono pronta per uscire.
Guardo di nuovo verso la finestra. E me lo sento tutto addosso il freddo che fa fuori.
Me ne starei a dormire sotto il vecchio tavolo, piuttosto.

– Ti posso aspettare?
Eh? Perché mai mi dovresti aspettare?
– Be’… è buio… sei sola… magari potrebbe farti piacere se qualcuno ti accompagnasse a casa.
Perché no?

Paolo me lo ricordo così, come quel giorno che ci siamo conosciuti, tanti anni fa.
E’ un ricordo morbido e avvolgente.
Come i maglioni che indossava e che mi prestava sempre. Come il suo dopobarba che sapeva di the. Come le sue braccia che mi stringevano forte.
Come la sua pelle che scorreva setosa sotto le mie dita.
Come la sua voce che mi faceva vibrare.

– Perché non parli?
Boh… così… non ho niente da dire.
– Be’… se fossi sincera diresti che non ci vedremo più.
Non ci vedremo più? Ma che dici…

Aveva ragione lui.
Paolo era un uomo d’inverno e ormai l’estate era alle porte.

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Das Glasperlenspiel

Josef Knecht arrivò nella nebbiolina fresca di una mattina di fine inverno.
Non so se arrivasse direttamente da Castalia, ma di sicuro non era umano.
Del resto, manco io lo ero e forse non lo sono ancora adesso.

E giocava. Giocava sempre il Magister Ludi.
Piccole perle di vetro che rotolavano. Note di Bach che si accavallavano.
Corpi che si intrecciavano. Menti che si avviluppavano.

Tempo che scorreva. Fidanzati che passavano. Traslochi. Partenze.
E il giuoco delle perle di vetro che, comunque, non si interrompeva mai.

Ma non è che siamo noi fidanzati e gli altri i reciproci amanti?
Da allora non ci siamo visti più.

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Un whisky alle sei di pomeriggio

Anche farsi rubare un telefono ha il suo perché.
Ché altrimenti non lo avrei ritrovato quel vecchio sms che mi ha riportato in piazza del Campo in una sera d’autunno.

A bere whisky guardando la Torre del Mangia.
A ridere. A chiacchierare.

A far finta di rubarsi baci.
E di avere un futuro, sapendo bene che non ci sarebbe stato.

Me ne farei prendere due di telefoni per avere il sorriso che ho sulla faccia adesso.

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Io Tarzan, tu Jane

Una mattina suona il campanello: Interflora.
La consegna è di un anonimo bouquet di fiori misti.
Prendo atto e metto in vaso.

Due giorni dopo Interflora torna.
Stavolta son girasoli.
Metto in vaso e vado avanti.

Passano ancora due o tre giorni e arrivano le rose. Poi dei gigli. Infine delle orchidee.
I miei vasi stanno per finire

E allora iniziano le piante vere.
Si comincia da una violetta africana (ma qualcuno sa come far sopravvivere le violette africane? Ché io prenderei un fucile e darei loro una morte dignitosa, piuttosto che la lunga agonia che debbono subire in casa mia…). Poi una camelia. Poi una strelitzia. Un filodendro.

Quando è arrivata la kentia pensavo di dover uscire di casa, che casa mia è piccola.
Ma è stato il cocco a dare al tutto un tocco di giungla.

E allora, prima che arrivasse un baobab, sono uscita dalla mia atarassia e ho incominciato a rifiutarle, le piante.

Dopo qualche giorno la telefonata:

Ma perché le rifiuti? Io pensavo di farti piacere…

– Ma hai presente che non vivo esattamente a Versailles?

Be’, no… però potevi comunque prenderle… il verde è così romantico…

– Be’, anche i Visitors sono verdi. Anche il vomito. Anche i leghisti.

Lo sai, vero, che mi stai dando un grande dolore?

– Scusa, ma tu chi sei?

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Criptico

Curiosa notte quella appena passata.
Simile a quella che condusse al patibolo il conte Dalibor.
Quello che per me, sapeva suonare già da prima, difficilmente il rimpianto canta.

Curiosa compagnia.
Che non vorresti, ma alla quale non vuoi rinunciare.
Appiccicosa come la melassa. Amara come la melata.

Lunga doccia stamattina.
A cacciar via i cattivi pensieri.
Inutilmente.

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Jerome

Stronzo.
Lo so che lo sono anch’io, ma io lo sono di natura.
Jerome no. Lui era stronzo per contratto.
Ché non si può essere francesi senza esserlo.

Stare con lui è stato una sorta di esperimento. Una sfida. Una gara.
Tirare un elastico per vedere quando si sarebbe spezzato.

Ma quando si è spezzato è stato una sferzata in pieno viso.
Per tutti e due.
Senza nessuna pietà.

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Ragioni

– Vuoi uscire con me? Dammi tre buone ragioni per cui dovrei farlo.

  1. Perché sono bello
  2. Perché mi piaci
  3. Perché ti farei felice.

– Ho detto tre buone ragioni.

Essere inclini a quella che Stevenson chiama l’Eresia di Caino ha i suoi indubbi vantaggi.

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