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L’anaffettiva

L’anaffettiva sono io.

Sono io quella che non si lega a nessuno. Che non sente il bisogno di nessuno.
Che ha una sua strada che contempla solo se stessa.
Sono io quella che ignora. Quella che non dà attenzioni. Quella che ha sempre altro per la testa.

Veronica ha ragione: vivere con chi non sa corrispondere i propri sentimenti perché non li sa proprio provare è un inferno.
Mi è stato detto più volte, ma vederlo scritto ieri me l’ha reso più vero.

Ciò detto, non riesco a provare sensi di colpa. Ad avere rimpianti. A dispiacermi fino in fondo.
Sono fatta così, anche perché ho scelto di essere così, ché a distruggere si fa meno fatica che a costruire. Ché pensare per sé è più semplice che pensare per due.

E, in fondo, sono sempre e solo dannatamente pigra.
E faccio fatica solo quando la devo fare.
Ma per un uomo, mai.

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L’anaffettivo

Una decina d’anni più di me. Una casa riempita con migliaia di libri.
Musicista. Intelligente. Un po’ narcisista.
Piacevole conversazione.

Stavamo bevendo un the nella sua cucina.

Tu non lo sai, ma io sono un anaffettivo

Quella è stata la prima volta che l’ho sentito dire ‘sta cosa dell’anaffettività, ma l’avrebbe ripetuta più di una volta (repetita juventus? 😉 ).
E da allora mi chiedo il significato e le ragioni di questa affermazione. Soprattutto per l’insistenza con cui veniva riproposta.

Che, a ben vedere, poteva essere non ti illudere, non voglio relazioni stabili. Ma anche tira fuori la crocerossina che è in te.

E in ogni caso era cosa insensata, perché non sono mai stata colta dalla folle idea di chiedere la sua mano e, tantomeno, ho mai mostrato alcuna aspirazione da crocerossina.

Non l’ho mai appurato perché dopo un po’, non ci sono più andata ai nostri appuntamenti at five o’clock.
Semplicemente mi annoiavo: uomo troppo incentrato su di sé, per rendersi, alla fine, interessante.

Ma ancora adesso mi rimane la curiosità della storia dell’anaffettività.
Chissà che non finisca per chiamarlo, un giorno o l’altro.
Meglio l’altro.

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