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Jean Paul

Tre gradini.
Di teak lucido di cera.
D’api direi dall’odore.

Il legno che saluta con un leggero scricchiolio.
La vasca è gia piena. Apro l’olio da bagno e lo guardo spandersi leggero sull’acqua rendendola profumata di legno e di spezie.

Accendo un paio di candele, prendo il mio bicchiere e mi immergo.
Le finestre che si aprono davanti alla vasca a pavimento regalano le ultimi luci di un tramonto sul mare d’inverno.
L’acqua calda e profumata è una coccola per la pelle.
E Mozart una coccola per le orecchie.

Il mojito finisce presto, con l’ultimo barlume sull’acqua. Ma la pigrizia vince.
E resto lì, nel tepore dell’acqua profumata, fino ad assopirmi.

Un gatto.
Devi essere l’incarnazione di un gatto.
Non ti ho sentito rientrare. Non ti ho sentito avvicinarti. Non ti ho sentito sui gradini di legno.

Sento solo le tue mani che mi massaggiano.
Iniziano dalle punta delle dita delle mani, per risalire lungo le braccia.
Il collo… le spalle…
E poi scendere tra i seni… il ventre…

Poi le labbra prendono il posto delle mani.
A quel punto apro gli occhi…

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Drink… only drink…

C’è una cosa che dovresti sapere…

– A parte il fatto che sei sposato, intendi?

Giotto non avrebbe potuto disegnare una O più perfetta.

– Lo siete tutti, caro. E adesso potresti fare una cosa…

Cosa?

– Evitare di sfinirmi con i racconti che tua moglie è una stronza, ma che ami i tuoi figli e che hai un mutuo da pagare e se te ne vai avresti anche un affitto… e le cavallette… gli alieni…

Ma… ma… ma…

– Anzi facciamo così, tu resti qui e finisci il tuo aperitivo e io vado a cena.
Con qualcuno che non mi annoi.

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