Archivi tag: caldo

Nihil egimus

L’Alachi di Paolo Diacono è una spia sicura.
Quando, nel bel mezzo di una sala di conferenze, mi viene in mente l’invettiva per l’uccisione di Senone –alla malora, tutto questo bagno di sangue per ammazzare un chierico?– significa che è meglio farsi un giro a sbollire.
Per il colmo, poi, non piove nemmeno, consolazione da men che poco.
Anzi, fuori è talmente caldo che ci si può solo sbollire in un’insolazione.

Per fortuna non siamo in Indocina e non c’è da aspettarsi un tifone.
Anche se non si può mai dire, che, per dirne una, adesso la stazione di Bologna è saltata per aria per dell’esplosivo di passaggio.
Domani ci diranno che Aldo Moro è morto mentre stava pulendo la pistola e gli è partito un colpo.

Ah, che scena! Nemmeno nella riduzione dell’Enrico V per filodrammatica campestre.

Annunci

5 commenti

Archiviato in Fabulae

Summertime

Il rumore delle pale che pendono malamente dal soffitto è l’unica dimostrazione dell’essere in questo posto dimenticato da dio e dagli uomini.

Caldo. Caldo oltre misura.
Umidità mista a polvere che va al di là di ogni pensiero e di ogni ragione.
Fino a ottenebrare ogni sensazione.

Piccola goccia di sudore che nasce alla base della nuca e cerca la sua strada sulla pelle delle schiena.
La sento scivolare lenta aprirsi la strada tra la polvere.
Cipria impalpabile del tempo che fu. Brivido lungo la schiena.

Continuo nella mia immobilità, con le pale del ventilatore che frustano d’aria la pelle in un silenzio sempre più irreale.

Orgasmo impossibile. Piacere di ogni poro della pelle.
Potenza della mente.

Sarebbe da crederci, se non fosse per le palline cinesi che dopo un po’ si baloccano tra le mie dita…

7 commenti

Archiviato in Fabulae

Un piccolo incidente

Non c’è dubbio alcuno che la mia caratteristica principale sia la pigrizia.
Una pigrizia innata, cronica, invincibile.
La maggior parte delle cose che faccio, o non faccio, è determinata dalla pigrizia.

Una delle tante (sicuramente una delle più caratterizzanti) è la questione del vestirsi.
Non è che non mi piaccia vestirmi, è che lo vivo come una gran fatica.
Una gran perdita di tempo.

E allora, spesso (soprattutto se devo uscire per un breve giretto), mi vesto per finta.

Vestirsi per finta vuol dire limitarsi a mettere lo strato più esterno di vestiti e fregarsene di quel che dovrebbe esserci sotto.
Che importa avere una maglia sotto il cappotto se il cappotto non lo devi togliere?

E allora prendi una giornata d’estate, di quelle calde al punto di far bollire il cervello.
E metti una spesa non più procrastinabile da giorni ormai.

Insomma, alla fine ti convinci a vestirti e a uscire.
Considerate le condizioni al contorno il più che si riesce a fare è vestirsi per finta, ovviamente. Che d’estate vuol dire prendere un vestitino di quelli leggeri leggeri, di seta, e buttarselo addosso.
Un paio di sandali e il gioco è fatto.

Il centro commerciale francese è piacevolmente fresco e ti ci fermi un momento in più dopo aver riempito il carrello. Un attimo di relax, comprare un giornale, bere una bibita al bar prima di affrontare l’afa soffocante che c’è fuori.

E lì, a quel punto, ti rendi conto che c’è qualcosa che non torna.
Ci vuole un po’ per riuscire a dar mente locale e capire che il qualcosa che non torna è che il vestitino di seta, leggero leggero, si è completamente scucito fino in vita.
E tu sei vestita per finta.

A quel punto le opzioni sono solo due:

  1. camminare rasente i muri fino ad arrivare a un qualsiasi vestivendolo e comprare una qualsiasi cosa, mettersela indosso e uscire. Il tutto, possibilmente, arrossendo.
  2. finire la propria bibita e tornare alla propria macchina facendo finta di pomi

Ça va sans dire che ho scelto la seconda.
Ridendo.

4 commenti

Archiviato in Fabulae