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Equipollenze

Dialogo con il fidanzato perbenino della collega

Ma alla fine quante relazioni serie* hai avuto?

Mah… direi tre o quattro… facciamo tre mezzo, via!

Tre e mezzo?

Be’, una non saprei esattamente come classificarla, quindi direi tre e mezzo…

Tre, allora.
Siamo equipollenti, visto che anch’io ho avuto tre fidanzate di lunghissimo corso.

Uhmmm… vuoi dire che, alla fine, le hai tradite tutte pure tu? 😀

*relazioni che non sono state, non sono e non saranno argomento di questo blog.

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Caro alf**,

tu hai perfettamente ragione a perplimerti di fronte al brusco e sgraziato taglio del post di ieri.

ll fatto è che per me era solo divertente giocare a Sherlock Holmes con i protagonisti dell’intricata mappa degli intrallazzi della blogosfera che mi era stata spedita.

Ma chi me l’ha mandata ha chiesto di non fare più o meno espliciti o impliciti riferimenti al suo contenuto perché se mai le persone coinvolte fossero arrivate da queste parti (improbabile, visto che ci troviamo ben oltre l’ultima periferia dell’impero NdA) e si fossero riconosciute in quanto io avevo scritto si sarebbe potuto scatenare un putiferio.

Ché son quelli che le regole le trasgrediscono ma non hanno certo il coraggio di trasgredirle davvero (che dopo le cinque li aspetta la nonna col té) e temono più di tutto di veder crollare il loro sogno di mondo piccolo borghese.

Misere maschere perbeniste di chi ha bisogno di chiudersi nella forma della normalità eterna (il pianto scemo del barbiere, il sudore muto del curato) del si può bisbigliarne e sussurrarne, l’importante è che non si dica apertis verbis.

Come concludevo ieri, il mio cinismo mi porta a sollevare un sopracciglio.
Non di più.

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Palesemente inadeguato

Questa è una storia di quando ancora non pensavo che avrei collezionato uomini.
Ma la racconto, perché il mio metempsicotico ufficiale oggi me l’ha fatta venire alla mente. E a un metempsicotico ufficiale non si può negare niente.

Quindici anni.
E quelle vacanze estive di tre mesi che puoi fare solo a quell’età.

Claudio. Conosciuto non so dove. Amico di amici, probabilmente.
Ventisei anni. Poliziotto.
Di giorno quasi sempre lavorava. La sera veniva a prendermi.
Ovviamente di nascosto dai miei che, giammai, avrebbero approvato.

Gran giri in moto. Grandi uscite con gli amici. Grandi dichiarazioni d’amore, da parte sua.
E io, cinica anzitempo, che gli credevo il giusto.

Un pomeriggio a casa sua.
Lui che, finito il turno, faceva la doccia.
Io a guardare le zucche ornamentali che crescevano sulla sua finestra.

Poi, di punto in bianco, mi scappa l’occhio e vedo una rivista femminile.
Intimità. O Confidenze, forse. In ogni caso, robaccia.
Per una volta metto da parte la mia eterna distrazione e lascio andare lo sguardo al di là delle zucche.
Un paio di sandali col tacco nascosti maldestramente dietro a una tenda.

Non faccio domande per non sentire pietose bugie.
Decido di regalargli la miglior scopata di cui ero capace.
A quindici anni, figurarsi…

Lascio la sua casa che stava dormendo.
E, semplicemente, sparisco.

Passano tre anni, passano tante storie.
A capodanno, verso l’alba, arrivo a una festa.
Sufficientemente sbronza per essere sincera.

Lui è lì.
E si mette a piangere non appena mi vede.
Mi sbrodola addosso una storia di contrizione. La sua.
E di richieste di perdono. Il mio.

Gli passo un kleenex.
Sei palesemente inadeguato, gli dico.
E me ne vado.
Per non tornarmene mai più.

Ogni tanto mi capita di passare sotto quella che era la sua casa.
E ogni volta, cinicamente, sorrido.

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