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Eclissi nel parco

Stamattina ero in ritardo. Più del solito intendo.
Però mi piaceva l’idea di fare un’altra strada. E poi tutti aspettavano l’eclissi. E non avevo nemmeno troppa voglia di lavorare.
E allora ho deciso di allungarmi ad attraversare il parco.
Era davvero troppo tempo che non lo facevo. Che non me la ricordavo proprio la sensazione dell’erba gelata sotto i piedi.
Il bianco velo che la ricopre in un gelido abbraccio. Il delicato scricchiolio degli steli che si piegano sotto i miei passi. Un passerotto che saltella qua e là.
Ho sorriso. Ed era davvero troppo tempo che non sorridevo al mattino presto.
Ho alzato gli occhi e, incredibilmente, si vedeva il sole.
Il sole che stava andandosene dietro la luna.
Alchimia d’altri tempi capace d’incantare sempre.
Ecco, non so se poi sia stata la fascinazione del momento o più prosaicamente l’erba gelata, ma d’un botto mi son trovata sulla nuda terra.
Non faccio in tempo a smettere di ridere che un’altra ombra, ben più incombente di quella della luna, mi si para davanti:
– Scusi, le è successo qualcosa? Ha bisogno di aiuto?
Certo che no!
– Ma cosa fa lì per terra?
Sto guardando l’eclissi, che altro dovrei fare? Piuttosto, vuol partecipare?
– Solo se dopo mi accompagna a bere un caffè!
Se proprio insiste…

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Paolo

Passi che rimbombano sordi contro le pareti ricoperte di libri.
– Siamo rimasti solo noi, mi sa…

Alzo la testa. A volte uscire dai miei pensieri è davvero una fatica.
Allungo lo sguardo verso una vetrata che, di sicuro, ha visto tempi migliori.
La polvere la rende cieca, ma fuori è talmente buio che comunque ci sarebbe ben poco da vedere.

Solo noi?
– Direi proprio di sì… e se non ci sbrighiamo il custode ci spazzerà fuori!

Raduno le mie cose in fretta, in un attimo sono pronta per uscire.
Guardo di nuovo verso la finestra. E me lo sento tutto addosso il freddo che fa fuori.
Me ne starei a dormire sotto il vecchio tavolo, piuttosto.

– Ti posso aspettare?
Eh? Perché mai mi dovresti aspettare?
– Be’… è buio… sei sola… magari potrebbe farti piacere se qualcuno ti accompagnasse a casa.
Perché no?

Paolo me lo ricordo così, come quel giorno che ci siamo conosciuti, tanti anni fa.
E’ un ricordo morbido e avvolgente.
Come i maglioni che indossava e che mi prestava sempre. Come il suo dopobarba che sapeva di the. Come le sue braccia che mi stringevano forte.
Come la sua pelle che scorreva setosa sotto le mie dita.
Come la sua voce che mi faceva vibrare.

– Perché non parli?
Boh… così… non ho niente da dire.
– Be’… se fossi sincera diresti che non ci vedremo più.
Non ci vedremo più? Ma che dici…

Aveva ragione lui.
Paolo era un uomo d’inverno e ormai l’estate era alle porte.

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E che è?

Non mi pare vero di aver trovato tre minuti di tempo, stasera.
E’ mezzanotte e fa pure freddo in casa mia stasera.
Quel freddo che mi si gelano le punte delle dita.
Se fossi oltre il settantatreesimo parallelo non me ne preoccuperei, ma visto che sonoo intorno al quarantaseiesimo mi sa che domattina chiamo l’idraulico (no, non per quello… malpensanti che non siete altro!)

Vengo qui e che trovo?
La rivoluzione?
Ma vi pare la maniera?

Io sono una signorina attempata e poco c’azzecco con le novità.
C’ho messo due minuti e ventisette secondi solo per capire come si approvano i messaggio (a proposito: ben tornato Fabio!). E poi che è sta colonna a sinistra? E i polls… ma chi li vuole i polls?

Sto pensando di tornare alla vecchia carta e penna, tanto non scrivere per non scrivere almeno non mi leggo solo io…

Ecco, mi son dimenticata cosa volevo raccontarvi… magari domattina.
Idraulico permettendo.

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Moritura vos salutat

In teoria oggi sarebbe il 20 di maggio.
In teoria perché basta guardar fuori dalla finestra per rendersi conto che il calendario ha sbagliato.
E ha sbagliato così tanto che io mi ritrovo da giorni con una bronchite assurda, la febbre e la testa che è più vuota di un cartone vuoto.

E’ che l’altro giorno a Perugia si nuotava nella pioggia e nel vento che sembra di esser nel bel mezzo di una tempesta del mare del nord. E io ero senza ombrello ed ero così fradicia che non valeva nemmeno la pena di comprarne uno.

Insomma non sono morta, solo tanto malata e priva delle necessarie cure mediche.
Me misera, me tapina, me infelicemente infelice.
Ahimè.

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Freddo

E dopo aver fatto finta di essere primavera domani torna il freddo. 
Neve, vento e ghiaccio, come nel peggiore degli inferni danteschi.

Io mi ritiro a vita privata.

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Paul

Passi bagnati sulla ghiaia. Svelti ad arrivare. Il dove non ha importanza alcuna.
Acqua già fredda delle notti di fine estate.

Storia iniziata così.
A discutere di improbabili teogonie.
A giocare con la curiosità giovanile dei nostri corpi.
A confrontare Weltanschauungen inconcibiliabilmente dadaiste.
Impossibili.

Ti vorrei presentare mia madre.
– Paul, mi pareva si essere stata chiara: non voglio niente da te.
Ma per me è importante…

Storia finita così.
Porto di lago. Senza vento.
Come una ruota senza perno.
Come una discussione che si avvita.

Come cadde Ninive?

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No name

Orale della maturità il primo luglio, risultati forse il 15.
E poi come antistress un giretto fin nel vicino-lontano Benelux.

Il treno che mi riporta indietro parte dalla stazione di Lussemburgo alle 20 e, incredibile a dirsi, la carrozza dove ho trovato posto è vuota.
Amo i viaggi da sola. Mi sembra di essere in un paradiso.

La fregatura la scopro a Basilea: solo alcune carrozze di quel treno vanno a Milano, il resto è destinato a Zurigo.
Ovviamente io sono nella carrozza sbagliata.

E, altrettanto ovviamente, la parte di treno che va in Italia traborda di gente, corridoi compresi.
Finisco per sistemarmi nello spazio d’accesso. Davanti a me solo la locomotiva.

Il treno parte. E’ notte fonda.
Dopo poco arriva un altro profugo.
Pochi anni più di me, di Bergamo, di ritorno da una vacanza in Cile.
Il nome? Completamente dimenticato.

Ci sediamo per terra. Fa freddo. Per essere agosto si gela.
Tira fuori dal suo zaino un maglione che gli ha fatto una delle sue mamacitas cilene.
Ma un maglione per due non basta. Come non basta l’acquavite di dubbia origine che salta fuori da una delle sue tasche.

E così a forza di abbracciarci siamo finiti per… non saprei come definirlo. Ché non era né fare l’amore, né scopare, né ginnastica per l’ego.
Era proprio il freddo.

All’alba delle sei il treno è entrato nella stazione di Milano.
Abbiamo bevuto un caffé e poi lui è corso al suo treno per Bergamo.

Non ricordo il suo nome, né la sua faccia, ma quel freddo non lo dimenticherò mai.

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