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Eclissi nel parco

Stamattina ero in ritardo. Più del solito intendo.
Però mi piaceva l’idea di fare un’altra strada. E poi tutti aspettavano l’eclissi. E non avevo nemmeno troppa voglia di lavorare.
E allora ho deciso di allungarmi ad attraversare il parco.
Era davvero troppo tempo che non lo facevo. Che non me la ricordavo proprio la sensazione dell’erba gelata sotto i piedi.
Il bianco velo che la ricopre in un gelido abbraccio. Il delicato scricchiolio degli steli che si piegano sotto i miei passi. Un passerotto che saltella qua e là.
Ho sorriso. Ed era davvero troppo tempo che non sorridevo al mattino presto.
Ho alzato gli occhi e, incredibilmente, si vedeva il sole.
Il sole che stava andandosene dietro la luna.
Alchimia d’altri tempi capace d’incantare sempre.
Ecco, non so se poi sia stata la fascinazione del momento o più prosaicamente l’erba gelata, ma d’un botto mi son trovata sulla nuda terra.
Non faccio in tempo a smettere di ridere che un’altra ombra, ben più incombente di quella della luna, mi si para davanti:
– Scusi, le è successo qualcosa? Ha bisogno di aiuto?
Certo che no!
– Ma cosa fa lì per terra?
Sto guardando l’eclissi, che altro dovrei fare? Piuttosto, vuol partecipare?
– Solo se dopo mi accompagna a bere un caffè!
Se proprio insiste…

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Sabbia

Son creatura di vento, ma il vento non lo amo.
Lo amo ancor meno quando porta la sabbia. Che son le volte che cammino a testa bassa e non guardo dove vado.
Ecco quel giorno era un giorno così.

Ops, mi scusi, non l’avevo vista… bofonchio a mezza voce al cappotto blu davanti a me.
Detesto finire addosso alla gente. Detesto scusarmi.
Alzo appena gli occhi.
Giulio! O Cristo, era una vita che non ci vedevamo, dov’eri finito?

– IO? Io son sempre stato qui… tu dove sei stata, piuttosto?

Io? In America. In Africa. A far carriera.
Già dove dono stata?
Che poi la storia è sempre quella: io non riesco a stare da nessuna parte.
Mi manca l’aria. Mi sento stretta. Sento presto il bisogno di rimetter la mia vita in una valigia.

Nemmeno qui, in questo spazio virtuale, son riuscita a stare, dopo un po’.
Che poi non è che non ci pensi. Mi mancano gli scambi con Penelope. Con Fabio. Con Alf. Con quell’aquila stordita.
Mi mancano.
Ma non abbastanza da aver voglia di passare e ripassare.
Di esserci davvero.
La solita anaffettiva del cazzo, dicevo.

– Oooooooooohhhhhhhhhhhhhhh c’è qualcuno in casa?

Scusami Giulio, è che i pensieri mi son volati via…

– Sempre così con te. Non son riuscito mai ad averti per più di 10 minuti, del resto. A voler essere ottimisti, dico.

Ma no, dai… non sono così tremenda…

Mi prende per un braccio e senza una parola mi tira fin dentro la bottega di un rigattiere, dall’altro lato della strada.
Senza darmi tempo di aprir bocca mi trascina davanti a un vecchio specchio dalla cornice dorata.

– Guardati. Guardati bene. E dimmi cosa vedi.

Ma non aspetta che io risponda.
Se ne va, chiudendosi piano la porta alle spalle.

Io quello specchio poi l’ho comprato.

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No name

Orale della maturità il primo luglio, risultati forse il 15.
E poi come antistress un giretto fin nel vicino-lontano Benelux.

Il treno che mi riporta indietro parte dalla stazione di Lussemburgo alle 20 e, incredibile a dirsi, la carrozza dove ho trovato posto è vuota.
Amo i viaggi da sola. Mi sembra di essere in un paradiso.

La fregatura la scopro a Basilea: solo alcune carrozze di quel treno vanno a Milano, il resto è destinato a Zurigo.
Ovviamente io sono nella carrozza sbagliata.

E, altrettanto ovviamente, la parte di treno che va in Italia traborda di gente, corridoi compresi.
Finisco per sistemarmi nello spazio d’accesso. Davanti a me solo la locomotiva.

Il treno parte. E’ notte fonda.
Dopo poco arriva un altro profugo.
Pochi anni più di me, di Bergamo, di ritorno da una vacanza in Cile.
Il nome? Completamente dimenticato.

Ci sediamo per terra. Fa freddo. Per essere agosto si gela.
Tira fuori dal suo zaino un maglione che gli ha fatto una delle sue mamacitas cilene.
Ma un maglione per due non basta. Come non basta l’acquavite di dubbia origine che salta fuori da una delle sue tasche.

E così a forza di abbracciarci siamo finiti per… non saprei come definirlo. Ché non era né fare l’amore, né scopare, né ginnastica per l’ego.
Era proprio il freddo.

All’alba delle sei il treno è entrato nella stazione di Milano.
Abbiamo bevuto un caffé e poi lui è corso al suo treno per Bergamo.

Non ricordo il suo nome, né la sua faccia, ma quel freddo non lo dimenticherò mai.

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Gate 32

Fermati!

E come in un thriller il mio cuore si ferma. Il sangue si gela nelle vene.
Sono dieci anni che non sento quella voce.
E l’ultima volta non è stato affatto piacevole.

Fermati!

Rallento il passo, ma non di molto.
Del resto ho un aereo da prendere. E quello non aspetta i fantasmi che tornano dal mio passato.
Continuo a camminare, ma le sue gambe sono più lunghe delle mie.

Non credevo che fosse necessario rincorrerti anche adesso…

– Ti ho forse chiesto di farlo?

E secondo te rinuncio all’occasione di rivedere la mia ex amante preferita?

– Ma… preferita in quanto amante o in quanto ex?

Domanda stupida. Sicuramente da non fare. E ancor più sicuramente da non fare a questo uomo.
Un attimo di silenzio. Un lampo in uno sguardo.

Uhmmm… entrambe le cose. Sei la donna che ogni uomo vorrebbe per sé, ma sei anche peggio del napalm. Però non ti odio più, sai?

Riprendo la mia valigia e attaverso il gate.
In bocca il disgusto di un cibo maldigerito.
Dieci anni prima.

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Martino

Un’occhiata attraverso lo spioncino.
Biondo, alto, sorriso ironico.

Girati.

Vedo la sorpresa nei suoi occhi. Ma lo fa.
Apro la porta e la morbidezza della sciarpina di seta lo accompagna nel buio.
Non parlo. Non parla.

Qualche ora dopo la porta si chiude alle sue spalle.
Il nodo di seta si scioglie facilmente.
Guarda lo straccetto color cremisi. Lo annusa. Lo mette in tasca.
E si incammina nelle prime luci dell’alba.

Di lì a poco sarebbe iniziato a nevicare.

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