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C’era una (seconda) volta…

… una principessa dalla pelle bianca come la neve e le guance rosse come il sangue e il suo nome era… 

 

Ecco, non so come e perché mi sia venuto in mente questo incipit, che, a dirla tutta, io non ho mai potuto soffrire Biancaneve, nonostante sia uno di quei personaggi che, in quanto femmina, saresti destinata ad amare fin da bambina. 

E, allo stesso identico preciso modo, ho sempre detestato le seconde volte.
Ché si risolvono sempre nello stesso modo, in una messa cantata di cui conosci ogni rito, ogni gesto.

Noia… noia che sorge dal profondo dello stomaco e tramonta nell’amen finale.
Irresistibile, irrefrenabile.
Come la nausea dopo una sbronza colossale.

Non riesco nemmeno ad intuire l’eventuale gusto del tornar sui propri passi, quando di fronte si ha il brivido dello sconosciuto.

Che sia per questo che ho sempre preferito la matrigna strega ancor prima che la si nomasse Grimilde?

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Che vita grama…

… che grama vita.

Qualcuno vuol lamentarsi con me, oggi?

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Luca

Francamente mi annoiava.
Il suo servilismo, mi annoiava.
Appiccicoso come una gomma da masticare usata durante la prima guerra di Libia.
Quella di Annibale, intendo.

Serata tra amici in un pub fumoso, di quelli che voglion sembrare old England, ma non hanno il coraggio di esserlo fino in fondo.
Neanche fino a tre settimi, a voler essere impietosi.

Alla seconda pinta di Guinness Luca se ne esce con un (improvvido?) per te farei qualsiasi cosa…
Eccola lì, la nausea della noia.

Lo guardo.
Stringo gli occhi fino a farli diventare due fessure.

Qualsiasi cosa? parole enormi…

– Ma è vero, per te farei qualsiasi cosa!

Bene, allora adesso ti alzi, prendi la tua giacca ed esci dal locale.
Sali in macchina e vai a casa di Marco.
Poi quando sei lì, ti inginocchi, gli abbassi i pantaloni e gli fai un pompino.

Non preoccuparti, lo avviso io che stai arrivando.

L’ha fatto.

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L’anaffettivo

Una decina d’anni più di me. Una casa riempita con migliaia di libri.
Musicista. Intelligente. Un po’ narcisista.
Piacevole conversazione.

Stavamo bevendo un the nella sua cucina.

Tu non lo sai, ma io sono un anaffettivo

Quella è stata la prima volta che l’ho sentito dire ‘sta cosa dell’anaffettività, ma l’avrebbe ripetuta più di una volta (repetita juventus? 😉 ).
E da allora mi chiedo il significato e le ragioni di questa affermazione. Soprattutto per l’insistenza con cui veniva riproposta.

Che, a ben vedere, poteva essere non ti illudere, non voglio relazioni stabili. Ma anche tira fuori la crocerossina che è in te.

E in ogni caso era cosa insensata, perché non sono mai stata colta dalla folle idea di chiedere la sua mano e, tantomeno, ho mai mostrato alcuna aspirazione da crocerossina.

Non l’ho mai appurato perché dopo un po’, non ci sono più andata ai nostri appuntamenti at five o’clock.
Semplicemente mi annoiavo: uomo troppo incentrato su di sé, per rendersi, alla fine, interessante.

Ma ancora adesso mi rimane la curiosità della storia dell’anaffettività.
Chissà che non finisca per chiamarlo, un giorno o l’altro.
Meglio l’altro.

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Drink… only drink…

C’è una cosa che dovresti sapere…

– A parte il fatto che sei sposato, intendi?

Giotto non avrebbe potuto disegnare una O più perfetta.

– Lo siete tutti, caro. E adesso potresti fare una cosa…

Cosa?

– Evitare di sfinirmi con i racconti che tua moglie è una stronza, ma che ami i tuoi figli e che hai un mutuo da pagare e se te ne vai avresti anche un affitto… e le cavallette… gli alieni…

Ma… ma… ma…

– Anzi facciamo così, tu resti qui e finisci il tuo aperitivo e io vado a cena.
Con qualcuno che non mi annoi.

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