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Paolo

Passi che rimbombano sordi contro le pareti ricoperte di libri.
– Siamo rimasti solo noi, mi sa…

Alzo la testa. A volte uscire dai miei pensieri è davvero una fatica.
Allungo lo sguardo verso una vetrata che, di sicuro, ha visto tempi migliori.
La polvere la rende cieca, ma fuori è talmente buio che comunque ci sarebbe ben poco da vedere.

Solo noi?
– Direi proprio di sì… e se non ci sbrighiamo il custode ci spazzerà fuori!

Raduno le mie cose in fretta, in un attimo sono pronta per uscire.
Guardo di nuovo verso la finestra. E me lo sento tutto addosso il freddo che fa fuori.
Me ne starei a dormire sotto il vecchio tavolo, piuttosto.

– Ti posso aspettare?
Eh? Perché mai mi dovresti aspettare?
– Be’… è buio… sei sola… magari potrebbe farti piacere se qualcuno ti accompagnasse a casa.
Perché no?

Paolo me lo ricordo così, come quel giorno che ci siamo conosciuti, tanti anni fa.
E’ un ricordo morbido e avvolgente.
Come i maglioni che indossava e che mi prestava sempre. Come il suo dopobarba che sapeva di the. Come le sue braccia che mi stringevano forte.
Come la sua pelle che scorreva setosa sotto le mie dita.
Come la sua voce che mi faceva vibrare.

– Perché non parli?
Boh… così… non ho niente da dire.
– Be’… se fossi sincera diresti che non ci vedremo più.
Non ci vedremo più? Ma che dici…

Aveva ragione lui.
Paolo era un uomo d’inverno e ormai l’estate era alle porte.

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In diretta da un sogno

Un sogno.
Un sogno confuso, con millemila altre cose dentro.
E c’era lui, Emiliano.
Di qualche anno più giovane di me. Testardo. Impulsivo.

Diversi fino a fare scintille.
Ed, entrambi, dotati di una vis polemica da non esser secondi a nessuno.
Io atea, lui cattolico. Lui di destra, io di sinistra. Io intellettualoide radical chic, lui un uomo pratico.
Potrei andare avanti ore ad elencare dicotomie.
Più di una volta siamo arrivati vicino alle mani.

E ogni volta che passava nella mia città, mi chiamava per andare a cena insieme.
Ogni volta io avevo altro da fare.
Tranne qualche volta, ché comunque mi divertiva.

E ogni tanto cercava di prendermi di sorpresa e mi chiamava che era al casello dell’autostrada ed era venuto apposta per me.
E quasi sempre tornava indietro, altrettanto apposta per me.

E una cena… una cena organizzata da amici cui lui mi aveva invitato e cui io, sprezzantemente, avevo detto che non sarei mai andata.
Salvo poi andarci con un altro.
Camminando su quei 12 cm di tacco che lo facevano impazzire.
Ricordo ancora il suo sguardo quando mi ha visto entrare in quella sala.

Anni che passano. E città. E storie.
E, nonostante tutto, ci sentivamo sempre.
Per litigare.
Per andare ogni tanto a cena insieme.
Per rinverdire la pantomima che lui mi faceva la corte e io la rifiutavo.

Per chiamarlo, se avevo voglia di vederlo.
E averlo, un paio d’ore e qualche centinaio di chilometri dopo, alla mia porta.

Finché una sera, non so cosa sia successo, ma me lo sono trovato nel mio letto.
Una notte così.
All’alba mi disse ti amo.
Non so se fosse vero, probabilmente no.

E’ strano come alcuni uomini trovino il modo di ritornare.
Adesso, se avessi ancora il suo numero di telefono, lo chiamerei.

Per tornare a litigare di politica. Di religione. Di tagliolini con l’astice.
Per mandarci affanculo come l’ultima volta
Mi manca oltremodo, stasera.

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