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Ritorno alle vecchie e sane abitudini

Ci sono volute due settimane perché riprendessi le redini di me stessa medesima.
E oggi, per la mia festa, mi sono regalata una mattina di pigrizia.

E’ quasi l’una e mezza e sono a letto.
Il portatile a scaldarmi le ginocchia e il felide a intrattenermi con le sue fusa.
Fuori dicono che nevichi, ma non lo so, perché mica ci ho guardato.

Mi godo il piumone. Mi godo il silenzio.
E sogno una tazza di tè.

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L’ospagnolo

C’è stato un periodo in cui mi illudevo che facendo un piano serio e attenendomici alla lettera avrei potuto sconfiggere la mia innata pigrizia.
Equipollitudine, visto che equamente non avrei finito il piano serio e altrettanto equamente non l’avrei mai seguito.

Comunque, una delle prime mosse contemplate era l’iscrizione a una palestra.
Già il sceglierla si è rivelato un’impresa: ne avrò viste 857 prima che ne trovassi una che, in qualche modo, mi risultasse simpatica.
Giusto per dar la misura dell’equipollo entusiasmo che mi animava.

L’ospagnolo invece era lì scritto e dipinto, perché a qualsiasi ora mi convincessi ad andarci lo trovavo o intento a far esercizi o al bar a bere qualcosa.
Mai che fosse un mojito.

Come si chiamasse non lo so esattamente, perché di nomi me ne ha detti almeno tre diversi.
Tutti inizianti con la L. Forse voleva esser certo di non sbagliarsi quando siglava le ricevute del bar.

Però aveva un accento spettacolare su una voce di velluto.
Tanto bastava a renderlo interessante.

Son stati tre mesi così, tra centrifugati di carota e sedano, piani di allenamento solo letti e letti sfatti.
Tante chiacchiere. Storie cui facevo finta di credere.
Risposte inverosimili a domande che non avrei mai posto.

Poi è scaduto l’abbonamento alla palestra.

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Un piccolo incidente

Non c’è dubbio alcuno che la mia caratteristica principale sia la pigrizia.
Una pigrizia innata, cronica, invincibile.
La maggior parte delle cose che faccio, o non faccio, è determinata dalla pigrizia.

Una delle tante (sicuramente una delle più caratterizzanti) è la questione del vestirsi.
Non è che non mi piaccia vestirmi, è che lo vivo come una gran fatica.
Una gran perdita di tempo.

E allora, spesso (soprattutto se devo uscire per un breve giretto), mi vesto per finta.

Vestirsi per finta vuol dire limitarsi a mettere lo strato più esterno di vestiti e fregarsene di quel che dovrebbe esserci sotto.
Che importa avere una maglia sotto il cappotto se il cappotto non lo devi togliere?

E allora prendi una giornata d’estate, di quelle calde al punto di far bollire il cervello.
E metti una spesa non più procrastinabile da giorni ormai.

Insomma, alla fine ti convinci a vestirti e a uscire.
Considerate le condizioni al contorno il più che si riesce a fare è vestirsi per finta, ovviamente. Che d’estate vuol dire prendere un vestitino di quelli leggeri leggeri, di seta, e buttarselo addosso.
Un paio di sandali e il gioco è fatto.

Il centro commerciale francese è piacevolmente fresco e ti ci fermi un momento in più dopo aver riempito il carrello. Un attimo di relax, comprare un giornale, bere una bibita al bar prima di affrontare l’afa soffocante che c’è fuori.

E lì, a quel punto, ti rendi conto che c’è qualcosa che non torna.
Ci vuole un po’ per riuscire a dar mente locale e capire che il qualcosa che non torna è che il vestitino di seta, leggero leggero, si è completamente scucito fino in vita.
E tu sei vestita per finta.

A quel punto le opzioni sono solo due:

  1. camminare rasente i muri fino ad arrivare a un qualsiasi vestivendolo e comprare una qualsiasi cosa, mettersela indosso e uscire. Il tutto, possibilmente, arrossendo.
  2. finire la propria bibita e tornare alla propria macchina facendo finta di pomi

Ça va sans dire che ho scelto la seconda.
Ridendo.

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Giuliano

Non ci si improvvisa pigri.
La pigrizia è un arte che va coltivata con cura e dedizione.
E solo dopo anni e anni di duro impegno si raggiunge uno stato simile al nirvana.

A quel punto non si manda certo tutto alle ortiche per un paio d’ore di educazione fisica.
Che poi non ho mica capito a cosa servirebbe correre come deficienti intorno a una palestra più o meno sdrucita per 15 minuti. Non uno più, non uno meno.
Per poi finire a fare una stupida partita di pallavolo.
Sempre e comunque.
Sic et simpliciter.

Giuliano era giovane per essere insegnante di ruolo in un liceo. Eppure lo era.
Educazione fisica, appunto.
Ma delegava l’onere della partita di cui sopra alla sua collega, mentre lui si dedicava alle parole crociate.
Ero più brava di lui in quello.
Ci voleva poco, a dirla tutta.

Galeotta fu La Settimana Enigmistica e chi la scrisse.
Poi non so come un giorno ci trovammo da soli nel tunnel che collega la palestra al liceo.
Ci scappò un bacio. E poi un altro. E un altro ancora.

Iniziò così.
E continuò come tutte le storie di adolescenti cretini.
Solo che di adolescente c’ero solo io.
A pensarci adesso c’è da rimanere più che perplessi.

Per la cronaca La Settimana Enigmistica è ancora un piacevole passatempo.
Gli amori veri non finiscono mai.

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Otto cose su di me

  1. Mi piace stare a letto fino a tardi. D’inverno passerei le mie giornate sotto il piumone, potendo. Da sola.
  2. Detesto -e nemmeno troppo cordialmente- la birra.
  3. Mi piace scrivere per fermare gli attimi.
  4. Mi piace immergermi nella vasca la sera tardi… stare lì dentro ad ascoltare il rumore della schiuma che mi avvolge fino al mento.
  5. Mi tolgo sempre ogni capriccio. E sono sempre molto capricciosa.
  6. Mi piacciono le parole. Per il loro suono ancor prima che per il loro significato
  7. Sono eternamente e irrimediabilmente distratta.
  8. Non condivido i principi della morale 2.0. Proprio no.

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