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Tacco 12

Ci sono cose sulle quali baro in maniera spudorata.
Le scarpe col tacco rientrano in questa categoria. Sarebbero un martirio.
Ma io ho il piede cavo. E ci cammino splendidamente comoda. Come in una Valleverde.
Tanto che me ne dimentico.

E me ne dimentico al punto che restano li’, sepolte nei più profondi abissi della scarpiera fino a che gli acari non chiedono l’autorizzazione di costruire una nuova ferrovia.

Ed eccoli lì, reperto archeologico. Novella reliquia.
Pierre Cardin, vernice nera, stringhe sottili.
E un tacco da dodici centimetri.
Son belli.
Son belli come allora, quando c’era chi impazziva al solo pensiero di quei sandali.

Li avevo comprati apposta. Per quello sguardo. Per quelle pupille dilatate.

Passi lenti. In bilico. Ondeggianti.
Passi complici.
Sorrisi complici. Sguardi complici. Pensieri complici.
Intesa.

Li ho spolverati con cura e rimessi al loro posto.
Per ora gli acari non avranno la loro ferrovia.

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Palesemente inadeguato

Questa è una storia di quando ancora non pensavo che avrei collezionato uomini.
Ma la racconto, perché il mio metempsicotico ufficiale oggi me l’ha fatta venire alla mente. E a un metempsicotico ufficiale non si può negare niente.

Quindici anni.
E quelle vacanze estive di tre mesi che puoi fare solo a quell’età.

Claudio. Conosciuto non so dove. Amico di amici, probabilmente.
Ventisei anni. Poliziotto.
Di giorno quasi sempre lavorava. La sera veniva a prendermi.
Ovviamente di nascosto dai miei che, giammai, avrebbero approvato.

Gran giri in moto. Grandi uscite con gli amici. Grandi dichiarazioni d’amore, da parte sua.
E io, cinica anzitempo, che gli credevo il giusto.

Un pomeriggio a casa sua.
Lui che, finito il turno, faceva la doccia.
Io a guardare le zucche ornamentali che crescevano sulla sua finestra.

Poi, di punto in bianco, mi scappa l’occhio e vedo una rivista femminile.
Intimità. O Confidenze, forse. In ogni caso, robaccia.
Per una volta metto da parte la mia eterna distrazione e lascio andare lo sguardo al di là delle zucche.
Un paio di sandali col tacco nascosti maldestramente dietro a una tenda.

Non faccio domande per non sentire pietose bugie.
Decido di regalargli la miglior scopata di cui ero capace.
A quindici anni, figurarsi…

Lascio la sua casa che stava dormendo.
E, semplicemente, sparisco.

Passano tre anni, passano tante storie.
A capodanno, verso l’alba, arrivo a una festa.
Sufficientemente sbronza per essere sincera.

Lui è lì.
E si mette a piangere non appena mi vede.
Mi sbrodola addosso una storia di contrizione. La sua.
E di richieste di perdono. Il mio.

Gli passo un kleenex.
Sei palesemente inadeguato, gli dico.
E me ne vado.
Per non tornarmene mai più.

Ogni tanto mi capita di passare sotto quella che era la sua casa.
E ogni volta, cinicamente, sorrido.

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