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A domanda risposta

– Ma tu mi scoperesti?
No, non ti scoperei.
– E perché?
Perché no.
– Ma, nella remota possibilità che tu cambiassi idea, come lo faresti?
Ti legherei a una sedia. Mani e piedi.
– Ma perché?
E poi ti benderei.
– Ma poi mi faresti male?
– (risata)
– Davvero… mi fa paura l’idea del dolore…
No, proveresti molte sensazioni, ma nessun dolore.
– Uhmmmm…. Ma non lo farai, vero?
No. Assolutamente no.
– Però lo sai che baci benissimo?
Certo che lo so.
– Ma ce qualcosa che non sai?
Che ore sono?

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L’idea

Se ci ripenso non mi ricordo di chi dei due fosse stata l’idea.
Ma era una buona idea.
Talmente buona che non c’è voluto molto ché, senza nemmeno bisogno di dirselo, iniziassero le manovre per metterla in pratica.
E non era certo semplice, visto che motivazioni, modi e metodi ben poco avevano di che conciliarsi.

Non ricordo nemmeno come si sia arrivati alla scelta. Né perché ci si sia arrivati.
Tantomeno ricordo chi sia stato e come si sia spiegato cosa sarebbe successo.

Però ricordo bene il piacere di penetrare quel corpo che tu stavi già penetrando.
Il lento oscillare come le onde di una laguna. E tu immobile, quasi senza respirare.
Il piacere di prendermi e di darti piacere attraverso di lei.

Proprio una buona idea.
Come quella di acquistare uno strap-on.

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Das Glasperlenspiel

Josef Knecht arrivò nella nebbiolina fresca di una mattina di fine inverno.
Non so se arrivasse direttamente da Castalia, ma di sicuro non era umano.
Del resto, manco io lo ero e forse non lo sono ancora adesso.

E giocava. Giocava sempre il Magister Ludi.
Piccole perle di vetro che rotolavano. Note di Bach che si accavallavano.
Corpi che si intrecciavano. Menti che si avviluppavano.

Tempo che scorreva. Fidanzati che passavano. Traslochi. Partenze.
E il giuoco delle perle di vetro che, comunque, non si interrompeva mai.

Ma non è che siamo noi fidanzati e gli altri i reciproci amanti?
Da allora non ci siamo visti più.

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Il collezionista

Il silenzio era teso come una corda di violino, immagine e simbolo di un equilibrio che si reggeva su fili invisibili.
L’aria fredda, di una sala di un grande troppo grande, illuminata da feroci spot su quadri di una mostra non ancora inaugurata.

Belli.
Incredibilmente belli.

Lui, il collezionista, stremato da giorni -e notti- di duro lavoro per arrivare a quel brivido di perfezione che sarebbe esploso in tutta la sua bellezza solo la sera seguente.
Ore 21 – cocktail party.
Io che non riuscivo a trattenere la mia ironia. Nemmeno a stento. Nemmeno a provarci.

Eccoli lì: il rumore.
Sono i suoi passi, di piedi fasciati in morbido cuoio, che attraversano la sala.
E’ la sua voce che mi chiede cosa ne pensi dell’ultima variazione.
E’ la mia risata come risposta.

Mi avvicino a passi lunghi.
Lo prendo per un braccio.
Lo spingo -e nemmeno troppo dolcemente- verso l’uscita d’emergenza.

Il freddo del maniglione antipanico gli taglia la schiena in due. Lo so.
E le braccia sono scomode quando ve le faccio passare dietro.
Ma le sciarpine di seta nera e oro non segnano i polsi dalla pelle delicata.
Da intellettuale. Quale sei, del resto.

Il silenzio torna a tendersi.
Come corda di violino che non può suonare.
E il respiro si fa corto nel buio tagliato solo da uno sguardo.

Lo guardo.
Rido di nuovo.

Dicevi?

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Lo famo strano?

Ecco è da quando Claudia Gerini l’ha chiesto a Verdone che mi chiedo cosa significhi farlo strano.

Ché nel sesso non ci vedo niente di strano.
Per carità, non è che io pensi che non ci siano aberrazioni che di certo esulano dalla normalità -scoparsi un cadavere di certo non è né normale né sintomo di sanità mentale-, solo che sono profondamente convinta che il lo famo strano sia davvero cosa di tutti i giorni.

Le scale e l’ascensore. La spiaggia e il campo di grano. La macchina e l’aereo.
Che c’è di strano?

Un uomo e una donna. Un uomo e un uomo. Una donna e una donna.
Che c’è di strano?

Due donne e un uomo, poi è il sogno erotico di sette ottavi della popolazione maschile. Due uomini e una donna, quello di cinque noni del mondo femminile.
Niente di strano. Niente di che.

Si potrebbe andare avanti fino a domani mattina a raccontarsi tutte le normalità che rientrano nella categoria lo famo strano.
Ché alla fine sono storie che appartengono un po’ a tutti noi.

Scagli la prima pietra chi non l’ha mai fatto strano.
E sono certa che non sarò lapidata.

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Sorpresa

Pensavi di stupirmi.
Pensavi si stupirmi facendoti trovare in poltrona nudo ed eccitato al mio rientro dal lavoro.
E ci sei rimasto un po’ così, quando mi hai visto passare oltre senza nemmeno salutarti.

E sei stato tu a stupirti quando mi hai visto tornare, altrettando nuda, con in mano il mio vibratore preferito, quello comprato a Parigi tanti anni fa.

Mi son seduta in braccio a te dandoti la schiena e prendendomi quello che, forse, si sarebbe potuto dire un rapporto sodomitico.
Anche se, in realtà, a muoversi c’era solo il vibratore, in un crescendo di piacere.

E’ stato molto piacevole.
E anche divertente.

Ma non ci provare mai più a venire in casa mia non invitato.
Ché è vero che hai le chiavi, ma questa non era un’emergenza.

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Legami!

La corda di seta scivola silenziosa tra le dita che si aprono e si chiudono come i ventagli di una geisha.
Non ho mai legato nessuno così. Non prima d’ora.

Ho paura. Paura di farti male.
Ma tu ti fidi. Come sempre.
E io questa fiducia la bevo.
Nettare per le mie dita nervose.

La corda scorre veloce.
Legami agili e dolci a costringere la carne in posizioni inusuali.
Silenzio rotto da respiri rotti.

Mi piace.

Mi piace legarti.
Mi piace guardarti nello specchio davanti a noi.
Mi piace la finzione di saperti mio.

Mi piace.

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