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Infedeltà

Una delle più grandi scoperte dei tempi del liceo è stato il CRAL delle Poste.
Era in un seminterrato buio, dietro l’autostazione e vedeva il sole solo il 21 giugno, a patto che il 21 giugno cadesse di venerdì.
Tavoli di formica, sedie spaiate e un bancone che non aveva mai visto tempi migliori.
Ma il caffè era buono e costava poco. E le paste spesso ce le passavano sottobanco.

Ogni mattina scendevamo quelle scale come bradipi agitati, un po’ perché erano gelate da ottobre a maggio, un po’ perché eravamo ancora imborniti di sonno.
Uno alla volta arrivavamo tutti. Un saluto ciondolante e poi subito a tuffarsi nel caffè fino ad essere svegli.

Biondo, con i boccoli da putto michelangiolesco e gli occhi più azzurri di tutta la mia giovinezza.
Se ne stava lì, tutto solo, a leggere l’Unità.
Al tavolo accanto, ogni mattina.
Ogni tanto ci scambiavamo un’occhiata, niente di più.

Mattina d’inverno, sulla scala c’erano venti centimentri di neve che sarebbero rimasti fino al successivo disgelo.
Lui era sempre lì con la sua Unità. Io al mio tavolo da sola, ché tutto il resto della truppa si era evidentemente arreso al tempo da lupi.
Le mani avviluppate intorno a una tazza di pessimo tè, mentre gli occhi scorrevano la cronaca locale.

Se non ti bacio subito morirò.

Non l’ho lasciato morire.
E in quel momento ho iniziato ad essere infedele.

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Gossip!

Ci sono due cose (tra le tante) che detesto

  1. i pettegolezzi
  2. i mail con allegati pesanti

Stamattina mi è arrivato un mail con una bella png allegata.

Il resto mi è stato censurato. 

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Palesemente inadeguato

Questa è una storia di quando ancora non pensavo che avrei collezionato uomini.
Ma la racconto, perché il mio metempsicotico ufficiale oggi me l’ha fatta venire alla mente. E a un metempsicotico ufficiale non si può negare niente.

Quindici anni.
E quelle vacanze estive di tre mesi che puoi fare solo a quell’età.

Claudio. Conosciuto non so dove. Amico di amici, probabilmente.
Ventisei anni. Poliziotto.
Di giorno quasi sempre lavorava. La sera veniva a prendermi.
Ovviamente di nascosto dai miei che, giammai, avrebbero approvato.

Gran giri in moto. Grandi uscite con gli amici. Grandi dichiarazioni d’amore, da parte sua.
E io, cinica anzitempo, che gli credevo il giusto.

Un pomeriggio a casa sua.
Lui che, finito il turno, faceva la doccia.
Io a guardare le zucche ornamentali che crescevano sulla sua finestra.

Poi, di punto in bianco, mi scappa l’occhio e vedo una rivista femminile.
Intimità. O Confidenze, forse. In ogni caso, robaccia.
Per una volta metto da parte la mia eterna distrazione e lascio andare lo sguardo al di là delle zucche.
Un paio di sandali col tacco nascosti maldestramente dietro a una tenda.

Non faccio domande per non sentire pietose bugie.
Decido di regalargli la miglior scopata di cui ero capace.
A quindici anni, figurarsi…

Lascio la sua casa che stava dormendo.
E, semplicemente, sparisco.

Passano tre anni, passano tante storie.
A capodanno, verso l’alba, arrivo a una festa.
Sufficientemente sbronza per essere sincera.

Lui è lì.
E si mette a piangere non appena mi vede.
Mi sbrodola addosso una storia di contrizione. La sua.
E di richieste di perdono. Il mio.

Gli passo un kleenex.
Sei palesemente inadeguato, gli dico.
E me ne vado.
Per non tornarmene mai più.

Ogni tanto mi capita di passare sotto quella che era la sua casa.
E ogni volta, cinicamente, sorrido.

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Piccole bugie

Lo sapevo fin da principio che il guaio mi avrebbe complicato la vita.
Soprattutto perché è facile essere complici quando si ha lo stesso cervello bacato.

Senti, se ti chiamasse A, potresti dirle che ieri ero da te?
– Uhmmm… perché A. mi dovrebbe chiamare?
Non lo so… ma se ti chiamassi confermi che ero da te?
– E se poi mi chiede che ci facevi da me, che le dico?
Ma, non so… le solite cose?
– Sicuro che A. vorrebbe sapere delle solite cose?

Un paio d’ore dopo, puntuale come la morte, A. ha chiamato.
E io le ho raccontato una storia così bella che lei non avrebbe potuto desiderare di sentirne una migliore. Particolari complicati con qualche pizzico di verità per darle quel tocco di inverosimile che l’avrebbe resa più vera del vero.

Non è poi così difficile sostenere che un asino può volare.
In fondo basta metterlo su un aereo.

E, altrettanto in fondo, basta poco a tranquillizzare chi cerca conferme.

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