… direi che mi invidio da sola!
E ora il dilemma è: fare o non fare un salto alla mostra del cinema?
… direi che mi invidio da sola!
E ora il dilemma è: fare o non fare un salto alla mostra del cinema?
Se ci ripenso non mi ricordo di chi dei due fosse stata l’idea.
Ma era una buona idea.
Talmente buona che non c’è voluto molto ché, senza nemmeno bisogno di dirselo, iniziassero le manovre per metterla in pratica.
E non era certo semplice, visto che motivazioni, modi e metodi ben poco avevano di che conciliarsi.
Non ricordo nemmeno come si sia arrivati alla scelta. Né perché ci si sia arrivati.
Tantomeno ricordo chi sia stato e come si sia spiegato cosa sarebbe successo.
Però ricordo bene il piacere di penetrare quel corpo che tu stavi già penetrando.
Il lento oscillare come le onde di una laguna. E tu immobile, quasi senza respirare.
Il piacere di prendermi e di darti piacere attraverso di lei.
Proprio una buona idea.
Come quella di acquistare uno strap-on.
Passi che rimbombano sordi contro le pareti ricoperte di libri.
- Siamo rimasti solo noi, mi sa…
Alzo la testa. A volte uscire dai miei pensieri è davvero una fatica.
Allungo lo sguardo verso una vetrata che, di sicuro, ha visto tempi migliori.
La polvere la rende cieca, ma fuori è talmente buio che comunque ci sarebbe ben poco da vedere.
Solo noi?
- Direi proprio di sì… e se non ci sbrighiamo il custode ci spazzerà fuori!
Raduno le mie cose in fretta, in un attimo sono pronta per uscire.
Guardo di nuovo verso la finestra. E me lo sento tutto addosso il freddo che fa fuori.
Me ne starei a dormire sotto il vecchio tavolo, piuttosto.
- Ti posso aspettare?
Eh? Perché mai mi dovresti aspettare?
- Be’… è buio… sei sola… magari potrebbe farti piacere se qualcuno ti accompagnasse a casa.
Perché no?
Paolo me lo ricordo così, come quel giorno che ci siamo conosciuti, tanti anni fa.
E’ un ricordo morbido e avvolgente.
Come i maglioni che indossava e che mi prestava sempre. Come il suo dopobarba che sapeva di the. Come le sue braccia che mi stringevano forte.
Come la sua pelle che scorreva setosa sotto le mie dita.
Come la sua voce che mi faceva vibrare.
- Perché non parli?
Boh… così… non ho niente da dire.
- Be’… se fossi sincera diresti che non ci vedremo più.
Non ci vedremo più? Ma che dici…
Aveva ragione lui.
Paolo era un uomo d’inverno e ormai l’estate era alle porte.
Sono appena entrata in ufficio.
Di corsa, come quasi tutti, come quasi ogni giorno.
Dopo un po’ che ero seduta alla scrivania, mi sono accorta di una cosa che di solito non accade. Di certo non quasi a tutti e/o quasi ogni giorno.
Sono venuta al lavoro in ciabatte.
No, non le pianelle della nonna, in vellutino verde con le passamanerie e le nappine. Ma pur sempre ciabatte. (Eccole qui, per chi fosse interessato)
Ovviamente non me ne potevo accorgere appena fuori di casa, per strada o addirittura appena arrivata al lavoro.
No, me ne sono resa conto solo quando il mio capo mi ha chiamato per ricordarmi che tra poco ci dobbiamo vedere per andare insieme a un appuntamento di lavoro da un tale che ha l’ufficio a 200 Km da qui.
E il poco cui si riferiva è dell’ordine di grandezza dei minuti, più o meno.
E tra dover scegliere se lanciare un nuovo trend e andarci in ciabatte o comprare di corsa un paio di scarpe qualsiasi, ho pensato che la scelta migliore fosse venire qui a raccontarlo.
Dopo più di un mese di silenzio, mi pare il minimo.
Caro tu, uomo belloccio che credi che questo basti ad essere affascinante… che compari ogni volta che arrivi in città e credi che basti comunicarmi la tua volontà di venire a letto con me perché io mi sciolga ai tuoi piedi… che sei così pieno di te da non aver ancora capito che se ho sempre altro da fare non è esattamente un caso… che confondi le cortesie del normale vivere civile con attenzioni specialissime ed esclusive rivolte solo a te… che pensi che riempirmi di complimenti al limite del ridicolo ti renda irresistibile…
proprio tu, bello mio, vieni qui che ti spiego un paio di cose.
Di uomini a letto me ne sono portati più di un paio.
Per gioco. Per diletto. Per noia. Per passatempo. Per millemila altre ragioni della ci ragionevolezza mi guardo ben di ragionare.
Per aiutari ad orientarti eccoti qui un semplice schemino:
E poi ci sono gli aspiranti amanti, quelli in fila con il numerino.
Come al bancone salumeria, più o meno.
Quelli come te, che in fila ci resteranno fino al prossimo anno santo.
E’ più chiaro, adesso?
Io non so mica cosa sia venuto in mente a Sophie Boop… ma mi ha tirato in questa catena si sant’Antonio.
E poi… anche la mia Penelope…
Signore mie, sono onorata…
Insomma il giuoco funziona così: ora che sono stata insignita del premio-link, lo condivido con altri 7 blog meritevoli, che dovranno a loro volta linkare il blog che ha consegnato il premio e premiare, comunicandolo agli interessati, altri 7 blog meritevoli.
I meritevoli?
Ma i miei adorati amici, of course!
Et voilà!
Josef Knecht arrivò nella nebbiolina fresca di una mattina di fine inverno.
Non so se arrivasse direttamente da Castalia, ma di sicuro non era umano.
Del resto, manco io lo ero e forse non lo sono ancora adesso.
E giocava. Giocava sempre il Magister Ludi.
Piccole perle di vetro che rotolavano. Note di Bach che si accavallavano.
Corpi che si intrecciavano. Menti che si avviluppavano.
Tempo che scorreva. Fidanzati che passavano. Traslochi. Partenze.
E il giuoco delle perle di vetro che, comunque, non si interrompeva mai.
Ma non è che siamo noi fidanzati e gli altri i reciproci amanti?
Da allora non ci siamo visti più.
Saltare nelle pozzanghere.
Girare senza calze.
Impigrirsi e non scrivere
Parlare con le amiche.
Stare alla larga dagli uomini.
Questo è il mio letargo
Scusi, signora può firmare qui?
- Sì, certo…
Lo scatolone è ingombrante e fatico a reggerlo tra le braccia.
E non ho nemmeno braccia corte, en passant.
A pensarci bene è anche un po’ pesante. Ma solo un po’.
Lo porto in casa e lo apro: un enorme cubo di Rubik.
Da risolvere.
Come se io mi fossi mai messa a cercare di risolvere, senza barare, un cubo di Rubik di qualsivoglia dimensioni.
Si fa prima a disfarlo e a ricostruirlo. Nel senso letterale del termine.
Che poi mi incuriosiva molto di più sapere chi me l’aveva mandato quel benedetto cubo.
E ancor più perché me lo aveva mandato.
Dopo qualche giorno un mail da un indirizzo sconosciuto. Falso come giuda, s’intende.
- Allora? Piaciuto il regalo? -
Non rispondo. Altroché se non rispondo. Chè io non mi mostrerò mai men che indifferente.
Passano i giorni e il cubo resta lì, in un angolo del salotto.
Si copre di polvere, di giornali e di nequizie varie.
La donna delle pulizie chiede se lo può sitemare.
No, certo che no.
- No, non lo provare a smontare. Tanto non ce la faresti. -
E che è? Mi si legge nel pensiero qui?
Ma in effetti è troppo duro da smontare. Con quelli piccoli è facile, con questo un’altra storia.
Ogni tanto lo guardo quel cubo.
E non posso fare a meno di chiedermi cosa significhi.
Ma tant’è.
- Perché mi ignori così? E perché non accetti la mia sfida? -
Ecco, qui mi si punge sul vivo… sapendo bene che così non resisterò.
E per la prima volta prendo il cubo e lo guardo davvero.
Non credo sia da risolvere in sé, ché sarebbe facile quello in tempo di google.
Deve esserci un senso nella scomposizione dei colori.
E nelle mail, false come giuda.
Scomposizione dei colori.
Prendo il cubo, lo metto in macchina.
So benissimo dove andare, che alla fine sono pochi i luoghi dove si gioca con la scomposizione della luce. Pochi quelli che possono riguardarmi, comunque.
Entro dentro e appoggio il cubo sulla scrivania.
- Ho vinto qualche cosa?
- Hai vinto me, se vuoi.
Guardo il mio cellulare.
Sfoglio la rubrica. Avanti e indietro.
Ho voglia di fare quattro chiacchiere con qualcuno.
Ma non trovo nessuno di interessante da chiamare.
Guardo e riguardo quei nomi.
E penso che tutti appartengono a persone che, somewhere in time, mi sono risultate interessanti.
Adesso no.
Sto pensando a un bel cancella tutti.
E se poi me ne pento?
Ma perché dovrei pentirmene se sono giorni-mesi-anni che non li sento?
Volti, sorrisi, sguardi.
Episodi che a volte ho raccontato. Altre no.
Che ormai se vivono, lo fanno solo qui.
Cercasi nuovi interessi.
Più interessanti.
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