Paolo

22 06 2009

Passi che rimbombano sordi contro le pareti ricoperte di libri.
- Siamo rimasti solo noi, mi sa…

Alzo la testa. A volte uscire dai miei pensieri è davvero una fatica.
Allungo lo sguardo verso una vetrata che, di sicuro, ha visto tempi migliori.
La polvere la rende cieca, ma fuori è talmente buio che comunque ci sarebbe ben poco da vedere.

Solo noi?
- Direi proprio di sì… e se non ci sbrighiamo il custode ci spazzerà fuori!

Raduno le mie cose in fretta, in un attimo sono pronta per uscire.
Guardo di nuovo verso la finestra. E me lo sento tutto addosso il freddo che fa fuori.
Me ne starei a dormire sotto il vecchio tavolo, piuttosto.

- Ti posso aspettare?
Eh? Perché mai mi dovresti aspettare?
- Be’… è buio… sei sola… magari potrebbe farti piacere se qualcuno ti accompagnasse a casa.
Perché no?

Paolo me lo ricordo così, come quel giorno che ci siamo conosciuti, tanti anni fa.
E’ un ricordo morbido e avvolgente.
Come i maglioni che indossava e che mi prestava sempre. Come il suo dopobarba che sapeva di the. Come le sue braccia che mi stringevano forte.
Come la sua pelle che scorreva setosa sotto le mie dita.
Come la sua voce che mi faceva vibrare.

- Perché non parli?
Boh… così… non ho niente da dire.
- Be’… se fossi sincera diresti che non ci vedremo più.
Non ci vedremo più? Ma che dici…

Aveva ragione lui.
Paolo era un uomo d’inverno e ormai l’estate era alle porte.





Ah ecco

18 05 2009

Sono appena entrata in ufficio.
Di corsa, come quasi tutti, come quasi ogni giorno.
Dopo un po’ che ero seduta alla scrivania, mi sono accorta di una cosa che di solito non accade. Di certo non quasi a tutti e/o quasi ogni giorno.

Sono venuta al lavoro in ciabatte.

No, non le pianelle della nonna, in vellutino verde con le passamanerie e le nappine. Ma pur sempre ciabatte. (Eccole qui, per chi fosse interessato)

Ovviamente non me ne potevo accorgere appena fuori di casa, per strada o addirittura appena arrivata al lavoro.
No, me ne sono resa conto solo quando il mio capo mi ha chiamato per ricordarmi che tra poco ci dobbiamo vedere per andare insieme a un appuntamento di lavoro da un tale che ha l’ufficio a 200 Km da qui.
E il poco cui si riferiva è dell’ordine di grandezza dei minuti, più o meno.

E tra dover scegliere se lanciare un nuovo trend e andarci in ciabatte o comprare di corsa un paio di scarpe qualsiasi, ho pensato che la scelta migliore fosse venire qui a raccontarlo.

Dopo più di un mese di silenzio, mi pare il minimo.





Lettera aperta

8 04 2009

Caro tu, uomo belloccio che credi che questo basti ad essere affascinante… che compari ogni volta che arrivi in città e credi che basti comunicarmi la tua volontà di venire a letto con me perché io mi sciolga ai tuoi piedi… che sei così pieno di te da non aver ancora capito che se ho sempre altro da fare non è esattamente un caso… che confondi le cortesie del normale vivere civile con attenzioni specialissime ed esclusive rivolte solo a te… che pensi che riempirmi di complimenti al limite del ridicolo ti renda irresistibile…
proprio tu, bello mio, vieni qui che ti spiego un paio di cose.

Di uomini a letto me ne sono portati più di un paio.
Per gioco. Per diletto. Per noia. Per passatempo. Per millemila altre ragioni della ci ragionevolezza mi guardo ben di ragionare.

Per aiutari ad orientarti eccoti qui un semplice schemino:

  1. Ci sono gli amanti. Essere amanti è una sorta di rapporto esclusivo per finta. E anche il sesso è esclusivo per finta.
    E’ una sorta di palcoscenico dove si recita una relazione, che può durare anche molto tempo, ma che alla fine non è mai vera. Ché non è mica quella le persona con cui si vuol percorrere un pezzo di strada.
    Ci vuoi solo scopare.
    Ma la messinscena ha comunque un suo perché.
  2. E poi gli amanti occasionali. Ovvero le caramelle da scartare.
    In ogni accezione del verbo.
    Sì, perché non si ha mica sempre voglia di star a metter su palcoscenico e scenografia e fare gli amanti davvero.
    Per rivedersi bisogna aver voglia di parlarsi… e aver qualcosa da dirsi.
    E non è poi così facile.
  3. E infine i trombamici. I trombamici sono rari ma fantastici.
    Son quelle cose che ci si trova al bar a mangiare un toast di corsa e ci si dice Ma perché invece di tornare a lavorare non andiamo a scopicchiare un po’?. E’ la leggerezza allo stato più puro perché non ci si fan domande e tantomeno si cercano risposte. E c’è la conoscenza e la confidenza che solo l’amicizia può dare. Il malus? Il malus è che a volte succede che si confonda questo tipo di rapporto con l’amore. E lì son cazzi amari.

E poi ci sono gli aspiranti amanti, quelli in fila con il numerino.
Come al bancone salumeria, più o meno.
Quelli come te, che in fila ci resteranno fino al prossimo anno santo.

E’ più chiaro, adesso?





Il premio Symbelmine

7 04 2009

premiosymbelmineIo non so mica cosa sia venuto in mente a Sophie Boop… ma mi ha tirato in questa catena si sant’Antonio.
E poi… anche la mia Penelope

Signore mie, sono onorata…

Insomma il giuoco funziona così: ora che sono stata insignita del premio-link, lo condivido con altri 7 blog meritevoli, che dovranno a loro volta linkare il blog che ha consegnato il premio e premiare, comunicandolo agli interessati, altri 7 blog meritevoli.

I meritevoli?
Ma i miei adorati amici, of course!

  • Penelope, che amo oltre ogni cosa
  • alf**, che se non fosse gay mi metterei in coda e prenderei il numerino
  • l’aquilone, perché come vola lui nessun altro
  • il sior maestro, ché quando lo leggo mi si stappa il mio mononeurone
  • Alex, che mi ricorda per modi, usi e maniere un uomo che, forse non ho amato, ma di sicuro mi è piaciuto molto
  • Brix, che sa sempre amare quello che è e quello che fa.
  • l’avvocatessa, che non si può fare a meno di leggerla

Et voilà!





Das Glasperlenspiel

13 03 2009

Josef Knecht arrivò nella nebbiolina fresca di una mattina di fine inverno.
Non so se arrivasse direttamente da Castalia, ma di sicuro non era umano.
Del resto, manco io lo ero e forse non lo sono ancora adesso.

E giocava. Giocava sempre il Magister Ludi.
Piccole perle di vetro che rotolavano. Note di Bach che si accavallavano.
Corpi che si intrecciavano. Menti che si avviluppavano.

Tempo che scorreva. Fidanzati che passavano. Traslochi. Partenze.
E il giuoco delle perle di vetro che, comunque, non si interrompeva mai.

Ma non è che siamo noi fidanzati e gli altri i reciproci amanti?
Da allora non ci siamo visti più.





Letargo

27 02 2009

Saltare nelle pozzanghere.
Girare senza calze.
Impigrirsi e non scrivere
Parlare con le amiche.
Stare alla larga dagli uomini.

Questo è il mio letargo





Il regalo

27 01 2009

Scusi, signora può firmare qui?

- Sì, certo…

Lo scatolone è ingombrante e fatico a reggerlo tra le braccia.
E non ho nemmeno braccia corte, en passant.
A pensarci bene è anche un po’ pesante. Ma solo un po’.

Lo porto in casa e lo apro: un enorme cubo di Rubik.
Da risolvere.

Come se io mi fossi mai messa a cercare di risolvere, senza barare, un cubo di Rubik di qualsivoglia dimensioni.
Si fa prima a disfarlo e a ricostruirlo. Nel senso letterale del termine.

Che poi mi incuriosiva molto di più sapere chi me l’aveva mandato quel benedetto cubo.
E ancor più perché me lo aveva mandato.

Dopo qualche giorno un mail da un indirizzo sconosciuto. Falso come giuda, s’intende.
- Allora? Piaciuto il regalo? -
Non rispondo. Altroché se non rispondo. Chè io non mi mostrerò mai men che indifferente.

Passano i giorni e il cubo resta lì, in un angolo del salotto.
Si copre di polvere, di giornali e di nequizie varie.
La donna delle pulizie chiede se lo può sitemare.
No, certo che no.

- No, non lo provare a smontare. Tanto non ce la faresti. -
E che è? Mi si legge nel pensiero qui?
Ma in effetti è troppo duro da smontare. Con quelli piccoli è facile, con questo un’altra storia.

Ogni tanto lo guardo quel cubo.
E non posso fare a meno di chiedermi cosa significhi.
Ma tant’è.

- Perché mi ignori così? E perché non accetti la mia sfida? -
Ecco, qui mi si punge sul vivo… sapendo bene che così non resisterò.

E per la prima volta prendo il cubo e lo guardo davvero.
Non credo sia da risolvere in sé, ché sarebbe facile quello in tempo di google.
Deve esserci un senso nella scomposizione dei colori.
E nelle mail, false come giuda.

Scomposizione dei colori.

Prendo il cubo, lo metto in macchina.
So benissimo dove andare, che alla fine sono pochi i luoghi dove si gioca con la scomposizione della luce. Pochi quelli che possono riguardarmi, comunque.
Entro dentro e appoggio il cubo sulla scrivania.

- Ho vinto qualche cosa?
- Hai vinto me, se vuoi.





AAA Cercasi nuovi interessi

14 01 2009

Guardo il mio cellulare.
Sfoglio la rubrica. Avanti e indietro.

Ho voglia di fare quattro chiacchiere con qualcuno.
Ma non trovo nessuno di interessante da chiamare.

Guardo e riguardo quei nomi.
E penso che tutti appartengono a persone che, somewhere in time, mi sono risultate interessanti.
Adesso no.
Sto pensando a un bel cancella tutti.

E se poi me ne pento?
Ma perché dovrei pentirmene se sono giorni-mesi-anni che non li sento?

Volti, sorrisi, sguardi.
Episodi che a volte ho raccontato. Altre no.
Che ormai se vivono, lo fanno solo qui.

Cercasi nuovi interessi.
Più interessanti.





Secondo voi, amici miei…

8 01 2009

… un collega che ti fa gli scherzini tirandoti le palline di carta e poi te le infila giù per il collo ci sta provando?

No, così, giusto per sapere…





Bostik

7 01 2009

I guai incominciano quando si inizia a sentire l’odore inconfondibile della colla.
No, non quella che sniffano i ragazzini di strada brasiliana.
La colla-colla. Quella che compri per rimettere insieme, con incerti risultati, l’antico vaso di zia o il portasapone appena comprato, quello bello bello che era l’ultimo pezzo.

Il Bostik, insomma.

Ecco, quando senti l’odore di un uomo e lo assimili al bostik, è un chiaro segno che non si è alla frutta, ma già fuori del ristorante.
Il guaio è che non sempre lo si capisce in due.
E mentre uno è lì che chiama il taxi per tornare a casa, l’altro sta pensando di odinare una gramigna alla salsiccia. Bostik per lo stomaco, praticamente.

E lì dovrebbe aiutare l’esperienza. Quella che ti dovrebbe far trovare modi, metodi e parole giusti.
Ecco, no, non credeteci.

Inutile tentare di riciclare quanto già provato: il bostik te lo trovi sempre da qualche parte.
Sotto le unghie. Su un angolo del colletto. In una piega del gomito.
E’ lì, con il suo cazzutissimo odore che arriva in direttissima al cervello e non te lo schiodi più.

Immancabilmente finisce con un fallimento globale totale della diplomazia e il passaggio diretto nell’acido cloridrico.

Invecchiando tendo sempre più a saltare la prima fase.
Che c’ho sempre meno tempo da perdere, io